Covers. Quelle adulterate

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L'elenco delle cover    Il fenomeno delle cover    Il Piper Club    Bandiera gialla     I complessi beat     La canzoni di protesta     I testi

Versione italiana

Versione originale

Pregherò

Adriano Celentano

Stand By Me

Ben E. King

La felicità

Antoine

Pourquoi ces canons

Antoine

Se mi fai pedinare

Danny Lorin

I Saw Her Standing There

Beatles (e le altre cover)

Ragazzo solo, ragazza sola

David Bowie

Space Oddity

David Bowie

La tua immagine

Dino

The Sound Of Silence

Simon & Garfunkel

La fine del libro

Equipe 84

Time Is On My Side

Rolling Stones

Pomeriggio ore 6

Equipe 84

Marley Purt Drive

Bee Gees

Superstar

Flora, fauna e cemento

Jesus Christ Superstar

Andrew Lloyd-Webber

Pietre

Gian Pieretti, Antoine

Rainy Day Women 12 & 35

Bob Dylan

Bandiera gialla

Gianni Pettenati

The Pied Piper

Crispian St. Peters

La nostra favola

Jimmy Fontana

Delilah

Tom Jones

Solo più che mai

Johnny Dorelli

Strangers In The Night

Frank Sinatra

Io ti amavo quando

Mina

You’ve Got A Friend

Carole King

Prendi la chitarra e vai

Motowns

Lovers Of The World Unite

David & Jonathan

Come potete giudicar

Nomadi

The Revolution Kind

Sonny Bono

Ho difeso il mio amore

Nomadi

Nights In White Satin

Moody Blues

Il dubbio

Nuovi angeli

Carry That Weight

Beatles

Immagina che

Ornella Vanoni

Imagine

John Lennon

L'ora del fucile

Pino Masi

Eve Of Destruction

Barry McGuire

La casa del sole

Riki Maiocchi, Los Marcellos Ferial e altri

The House Of The Rising Sun

The Animals e altri

Datemi un martello

Rita Pavone

If I Had A Hammer

Pete Seeger-Weavers

Che colpa abbiamo noi

Rokes

Cheryl's Going Home

Bob Lind

Quelli eran giorni

Sandy Shaw, Mary Hopkin e altri

Those Where The Days

Mary Hopkin

 
 

Pregherò

   

Pregherò è un classico esempio di traduzione reinventata completamente, più che "adulterata". La storia è stata raccontata da Don Backy, autore della traduzione ed all'epoca membro del Clan di Celentano, in un fumetto autobiografico scritto anni fa e pubblicato sulla rivista di fumetti rivale di "Linus", cioè "Eureka", e poi nel libro “C’era una volta il Clan”.
In realtà il compito di scrivere la versione italiana venne affidato all’inizio a Miki Del Prete (1), sempre del Clan, che però si arenò, e a questo punto intervenne Don Backy, scrivendo un testo totalmente nuovo, che prescindeva dall’originale.
Oltre a tutto la canzone era stata ritenuta erroneamente di dominio pubblico e quindi soltanto in seguito vennero riconosciuti i credit agli autori originali, penalizzando tra l’altro lo stesso Don Backy.
(Per la storia completa vedere il sito www.fansclubdonbacky.it  o la testimonianza di Don Backy).
Naturalmente a questo punto "Stand By Me", che era già un successo internazionale, ma non in Italia, si trasformava da una normale canzone d'amore, con testo piuttosto banale (“quando arriva la notte e la terra è ricoperta dall’oscurità …io non devo avere paura fino a quando resterò con te ecc.”) nella vicenda drammatica ed edificante di una ragazza cieca che ha perso la fede nel Signore a causa di questa dolorosa circostanza, e di un uomo (interpretato da Celentano) che con il suo amore vuole riportarla alla fede. Un testo tanto efficace che quando Dalida ha messo in cantiere una versione per il mercato francese, ha utilizzato come base questo anziché l'originale USA, incidendo il suo singolo del 1963 Tu croiras (Crederai).

   

 Che colpa abbiamo noi

 

"Che colpa abbiamo noi" è un altro caso emblematico, si tratta della canzone che ha portato al grande pubblico il movimento beat in Italia, la canzone simbolo del fenomeno di costume dei capelloni, quella protesta vaga e indistinta che sarebbe sfociata poi nei multiformi movimenti del '68. La canzone, già un successo nel Cantagiro del 1966, divenne nota al pubblico di massa grazie ad una storica apparizione dei Rokes, nell'autunno 1966, a "Studio 1", la trasmissione del sabato sera della RAI dell'epoca, presentatore Lelio Luttazzi, che introduceva per la prima volta, e con cautela, il mondo dei "giovani" nel salotto buono della TV. Il brano originale era in realtà il lato B del primo grande successo, The Elusive Butterfly Love, di un cantante americano, Bob Lind, in qualche modo inserito nel fenomeno beatnik e hippy. Ovviamente la canzone originale parlava di una certa Cheryl che tornava a casa abbandonando il protagonista, e del dolore di quest’ultimo, e non ambiva ad essere una specie di inno generazionale, come l'ha poi fatta diventare Mogol.

 

(testo originale e italiano a confronto)

   

 La tua immagine

 

Un caso di via comoda per il successo è rappresentato dalla versione proposta in Italia da Dino, il cantante dei Kings poi avviatosi ad una carriera solistica, partendo del famoso brano di Paul Simon, cantato in origine ovviamente in duo con Art Garfunkel, The Sound Of Silence, uno splendido brano che raggiunse fama mondiale con la colonna sonora del film simbolo del 1968, "Il laureato" con Dustin Hoffman, dove, in particolare, era la canzone dei titoli di testa.
Il testo originale parla di cose difficili, di un mondo da incubo, che forse è quello che diventerà il nostro, di situazioni angosciose in una città irriconoscibile ed estranea, ma la musica è dolce e malinconica. Traduzione complicata, e se poi non piace? Perché non trasformarla in una semplice e banale canzone d'amore e sfruttare l'effetto trascinamento del successo internazionale? E così fu fatto.

 

(Versione italiana)

   

 L'ora del fucile

 

Eve Of Destruction di Barry McGuire, una canzone composta da P.F. Sloan, è stata invece la base musicale per una canzone politica, L'ora del fucile, pezzo forte di un cantautore politico, Pino Masi, niente meno che il cantautore ufficiale del gruppo politico extra-parlamentare Lotta Continua (si, c'era anche la figura di cantautore ufficiale), poi attivo nel circuito folk ed in seguito entrato a far parte per qualche anno del gruppo teatrale di Dario Fo.
La canzone originale di P.F. Sloan parlava della terza guerra mondiale, ma dando un po' un colpo al cerchio ed uno alla botte, parlava delle guerre iniziate dagli USA, ma anche del pericolo rappresentato dalla "Cina rossa", che non era quel paradiso che pensavano i giovani occidentali dell'epoca, ma neanche una minaccia militare per l'Occidente. E' diventata invece in italiano "L'ora del fucile" (2), il contenuto del testo italiano è facilmente immaginabile.

 

"The Eastern world, it is explodin'
Violence flarin', bullets loadin'.
You're old enough to kill, but not for votin',
You don't believe in war - but what's that gun you're totin'?
An' even the Jordan river has bodies floatin'.
But you tell me, over and over and over again, my friend,
Ah, you don't believe we're on the eve of destruction."

 (Testo completo e traduzione) (Testo italiano)

   

 Superstar

 

Il caso più curioso in assoluto è rappresentato dalla mitica traduzione del pezzo trainante del musical di Andrew Lloyd-Webber e Tim Rice, Jesus Christ Superstar, pubblicata nei primi anni '70 da un complesso della scuderia Battisti (la casa discografica Numero Uno, alla quale facevano capo anche i Formula 3), i "Flora, Fauna e Cemento", con i quali ha fatto i primi passi musicali anche Gianna Nannini (ma non con questo pezzo), il loro successo più ricordato era stato "Mondo blu", ma di loro si ricorda anche questa incredibile cosa.
Difficile comprendere infatti se era provocazione, divertimento o semplice noncuranza; il fatto è che hanno preso una canzone che parlava di Gesù Cristo e della sua vicenda terrena, in un musical che voleva portare il Vangelo al mondo dei giovani di allora, e l'hanno trasformata in una specie di canzone d'amore, anzi di corna, dove "Superstar" è una ragazza leggera (diciamo così) alla quale sono dedicati gli immortali versi:

"Lei non c'è, lei non c'è
esce con tutti ma non con te
vieni al bar, vieni al bar
e lascia perdere Superstar"

(Testo completo)

Il musical di cui questa canzone era il brano apripista (anticipato come singolo a 45 giri a novembre 1969, l'album sarebbe uscito a settembre 1970) non era in realtà così conosciuto in Italia all'epoca della pubblicazione di questo singolo (settembre 1970), il musical che ne sarebbe stato tratto doveva ancora uscire (settembre 1971) e non parliamo del film (19739, e quindi non erano molti i ragazzi italiani che potevano cogliere l'anomalia della versione italiana. Ma gli altri si chiedevano se gli autori avevano fatto francese a scuola, o se proprio non gliene importava niente, oppure se avevano scritto questa traduzione vagamente blasfema come provocazione post-sessantottesca. Il testo italiano, come si è appurato in seguito, è stato scritto proprio da Herbert Pagani, quindi dobbiamo propendere con la ipotesi della blanda provocazione. Bisogna dire che comunque questo pezzo era abbastanza noto, e anche trasmesso con una certa frequenza per radio, lo ricordo ad esempio ad "Alto gradimento".

 

 Ho difeso il mio amore

 

Anche in Ho difeso il mio amore, grande successo dei Nomadi (3), la traduzione italiana, di Pace (quello del noto trio Pace-Panzieri-Pilat), prende ben poco dal testo originale, ed inventa una vicenda drammatica e anche discutibile, per quello che si capisce, di un uomo geloso, tradito dalla ragazza, ingannata da un seduttore subdolo, che risolve la questione con un omicidio-suicidio "per difendere il suo amore"; sulla sua tomba il narratore (un romantico visitatore di cimiteri? un amico dell'amante tradito?) sembra ascoltare una tardiva richiesta di perdono (testo italiano). Un pezzo molto suggestivo e anche cantato con classe e tono epico dal grande Augusto Daolio, e un buon successo nel 1968 per il gruppo emiliano (n.18 in hit-parade), ma certo un po' lontano dai temi dei Nomadi di qualche anno prima (o di qualche anno dopo) come quelli cantati in "Dio è morto" o "Noi non ci saremo".

"Nights in white satin
Never reaching the end
Letters are written
Never meaning to send
Beauty had always miss
With these eyes before
Just what the truth is
I can’t say anymore
Cause I love you
Yes I love you"

(Testo completo e traduzione)

 

 Bandiera gialla

 

Non era in realtà la sigla né la canzone-inno della famosa trasmissione radiofonica, che era invece un R&B americano nella versione di Rocky Roberts  (T Bird). Era invece un tentativo successivo di mettere il cappello su questo grande successo in radio con un pezzo scritto ad hoc, trainato dalla trasmissione stessa, ed affidato ad un nuovo cantante, il simpatico "scucchione" Gianni Pettenati, poi interprete di altre canzoni "giovanilistiche" in quella breve stagione di fine anni '60. Curiosamente come base musicale per il pezzo venne preso un brano di successo nel Regno Unito un anno prima, The Pied Piper, che condivideva il nome con il più famoso locale "beat" di quegli anni, cioè appunto il Piper di Roma, e anche indirettamente avviato la carriera della "ragazza del Piper", alias Nicoletta Strambelli, alias Patty Pravo (il primo disco della quale, Ragazzo triste, aveva nella facciata B proprio una cover, però in inglese, di Pied Piper).
Naturalmente il testo originale parlava di tutt'altro, per l'appunto di un moderno "pifferaio di Hamelin", che, come nella nota favola, incanta non i bambini della cittadina tedesca (dopo aver incantato i topi), ma più opportunamente ed utilmente, la ragazza che voglia seguirlo, un flauto pre Jethro Tull suona il tema evocando il livello favolistico, e forse facendo eco al "Mr.Tamburino" di Bob Dylan, anche lui incantatore, ma per altri scopi e con altri mezzi. Ma la musica sognante e l'arrangiamento particolare di questo brano, precursore in qualche modo della psichedelia in musica, sembravano evidentemente ai nostri discografici le basi ideali per un inno giovanilistico, che declamava, un anno prima che le bandiere prendessero un significato simbolico un po' meno maneggevole:

"Ehi, questa sera è festa grande
noi scendiamo in pista subito
e se vuoi divertirti vieni qui
insieme a noi ….
Finché vedrai, sventolar Bandiera gialla
tu saprai che qui si balla…" 

(...)

Il brano venne ovviamente presentato a  Bandiera gialla e diventò disco giallo (Vedi la scaletta del 8 ottobre 1966). L'originale era stato scritto da due musicisti USA, Artie Kornfeld e Steve Duboff, che l'avevano pubblicato nel 1965 in USA presentandosi come The Changin' Times. Il successo è arrivato però con la versione del 1966 del cantante inglese Crispian St. Peters (Robin Peter Smith) alla quale hanno fatto riferimento evidentemente Pettenati e i suoi produttori. La versione del duo USA era più in stile Byrds ma complessivamente molto simile.

 

 Immagina che

 

Ebbene sì, anche la grande cantante Ornella Vanoni (come pure Mina, vedi dopo) ha interpretato una traduzione di fantasia, per giunta di un super classico, la canzone del secolo XX, secondo più o meno tutte le classifiche e i sondaggi fatti nel 1999, vale a dire Imagine di John Lennon.  L’album era “Un gioco senza età” del 1972 e la spericolata versione italiana era di Piccaredda e Paolo Limiti (proprio lui, il noto presentatore specializzato in programmi-nostalgia, in precedenza apprezzato paroliere).
Il testo originale, come noto un inno alla libertà da tutte le costrizioni e da tutte le fedi, viene infatti piegato ad una banale canzone d’amore, una storia a due, che non si rivolge più a tutti gli uomini, insomma un’altra cosa, che ha in comune con l’originale solo il bellissimo tema musicale. Come al solito ci si affidava probabilmente alla non conoscenza della lingua inglese da parte degli italiani.
D’altra parte lo stesso passo azzardato lo avrebbe fatto anni dopo Gianni Morandi il quale, invitato al famoso concerto alla presenza di Papa Giovanni Paolo II a metà degli anni ’90, quello nel quale avrebbe cantato davanti al Pontefice anche Bob Dylan (come noto ebreo di nascita ma convertitosi dopo i 40 anni al cattolicesimo), ebbe la splendida idea di cantare proprio Imagine, però in inglese, e non certo per una improbabile contestazione.
E sicuramente è una idea veramente singolare cantare al capo della religione cattolica, in mondovisione:

“Immagina se non esistessero le nazioni …
niente per cui uccidere e per cui morire
e neppure nessuna religione
immagina tutta la gente
che vive la propria vita in pace…”

Tenendo conto, soprattutto, che Papa Woytila conosceva perfettamente l’inglese!

Vedi anche: Traduzione completa / Il testo della versione italiana

 

 Io ti amavo quando

 

Anche Mina ha cantato una versione di fantasia di un  altro classico notissimo della canzone americana, vale a dire “You’ve Got A Friend” di Carole King. La versione di Mina (Io ti amavo quando), dovuta alla penna di non so quale autore, non aveva brutte parole, era un ritratto di uomo fuori dagli schemi, erede di “una stirpe pazza di eroi” solo che non c’entra veramente nulla con l’originale, non c’è traccia della promessa di correre in qualsiasi stagione dell’anno “Winter, spring, summer and fall” al richiamo dell’amore.
Ancora una volta la barriera linguistica faceva sentire gli autori al riparo da qualsiasi critica e confronto.

 

 Datemi un martello

  

Prima del beat, prima delle canzoni di protesta, era arrivato il grande cantante e autore americano Pete Seeger che, oltre ad aver inventato il folk per le masse con i suoi Weavers, era anche riuscito a portare al successo internazionale una proto-canzone di protesta, la notissima If I Had A Hammer, grazie anche alla successiva versione del noto trio folk Peter, Paul & Mary. Naturalmente qualcuno ha pensato di farne una versione italiana ed affidarla ad una delle più note cantanti di quegli anni (inizio anni ’60), cioè Rita Pavone, che aveva anch'essa allora una immagine di ragazza “ribelle” e di cantante “per giovani”.

Il testo è somigliante, nello spunto, all'originale americano, ma cambiano radicalmente gli obiettivi: dal mondo che non va, e bisogna aggiustare a martellate, passiamo a problemi molto più circoscritti e precisi:

“Datemi un martello – che cosa ne vuoi fare
lo voglio dare in testa – a chi non mi va
a tutte e coppie – che stanno appiccicate
che vogliono le luci spente – e le canzoni lente
che rabbia mi fa”

e poi si giunge a qualcosa di ancora più mirato, a puntare il martello alla testa “di quella smorfiosa” che gli ha sottratto il moroso.
Il testo originale volava un po’ più alto. La versione italiana badava a togliere qualsiasi riferimento sociale (anche molto blando, come in questo caso) ed a sfruttare l’eco internazionale e l’immagine di canzone “contro” e “per giovani”, depotenziando però totalmente il testo.

 

 La felicità

 

Ancora un esempio di traduzione volutamente travisata, sempre negli anni d'oro delle cover: una canzone destinata ad essere un lato B del primo grande successo del cantautore francese Antoine, famoso anche per essere stato l'"inventore" delle camicie a fiori per uomini. Antoine all'inizio era stato un cantante quasi di protesta, negli anni del beat, '66, '67, prima di essere omologato dal sistema discografico italiano come cantante bizzarro e spiritoso, fino ai vertici di “Ti chiamerò Cannella” e “Lei ha una voglia di fragola”, e poi al progressivo e veloce oblio, mitigato dal suo nuovo lavoro di organizzatore turistico nelle isole dei Mari del Sud.
I primi passi, con Elucubrations d'Antoine, L'alienazione, e, appunto Pourquoi ces canons, li fece con canzoni che volevano fare riflettere, in contrasto con il look estroso.

"Pourquoi ces canons" era il lato B di Elucubrations e venne usata anche per il lato B del primo successo italiano del cantante, Pietre. Antoine infatti dopo il grande riscontro internazionale era stato condotto verso il ricco mercato italiano e presentato, come si usava, come ospite straniero al Festival di San Remo. Il Festival in questione era il famoso n.17 del 1967, quello nel quale Luigi Tenco si sparò per la frustrazione di non riuscire a ottenere il successo che riteneva di meritare, mentre in finale andavano La rivoluzione di Gianni Pettenati, Io tu e le rose della malcapitata “cueriaghina” Orietta Berti (citata a futura e imperitura memoria nella lettera di addio di Tenco) e, appunto, Pietre. Antoine era in coppia con un produttore ed autore, Gian Pieretti, che tentò proprio in quella occasione, con qualche successo, il lancio in grande stile, prendendo come base una canzone di Bob Dylan dell’anno prima, Rainy Day Women 12 & 35, dalla quale riprese il testo e lo schema del pezzo.

Nel lato B, visto che bisognava metterci qualcosa, inserirono Pourquoi, ribattezzata "La Felicità", e ampiamente travisata. La forma canzone era la stessa, a domanda e risposta, ispirata quindi alla tradizione popolare e in particolare al celeberrimo brano di Pete Seeger dal titolo evocativo Where Have All The Flowers Gone?, in questo caso diventa un dialogo tra padre e figlio, ma stavolta su temi generali ed innocui, a differenza del modello francese, che usava parole sconvenienti come "cannoni" o, peggio, "fabbriche".

Il particolare curioso è che il cantante (e autore) era il medesimo, e che l'autore del testo italiano era Herbert Pagani, il futuro cantante e paroliere franco-italiano che avrebbe scritto e interpretato tante canzoni incentrate su un suo particolare ideale di ottimismo e pensiero positivo, prima della prematura scomparsa per leucemia intorno ai 40 anni, e parliamo di "Albergo a ore" , "Teorema" (...fuori dal letto, nessuna pietà), "Cento scalini", "Cin Cin con gli occhiali”.

Pourquoi ces canons diceva:
“ Perché questi cannoni? Per fare lavorare le fabbriche. Perché queste fabbriche? Per dare lavoro agli operai. Perché questo lavoro duro e faticoso? Per guadagnare il denaro. Perché questo denaro, a cosa serve? Per comprare i cannoni. ”

La versione italiana, La felicità, pubblicata come lato B di Pietre, era diventata:

“Dimmi babbo che cos'è la felicità? Figlio mio è un frutto che mangi solo in libertà. Dimmi babbo dove sta questa libertà? Sta di casa in un paese che si chiama verità. Dimmi babbo alla mia età posso andarci anch'io? Se ti porti la bontà per bagaglio, figlio mio. Dimmi babbo la bontà quanto peserà? Pesa quanto il mondo ma, da' coraggio a chi ce l'ha. Ma il coraggio a che servirà? Lo vedrai lungo il cammino verso la felicità.”

   

 Come potete giudicar

 

Anche i Nomadi, per la canzone che li ha proiettati nel mondo della musica, Come potete giudicar, presentata al mitico Cantagiro del 1966, quello nel quale venne lanciato anche in Italia il fenomeno dei “capelloni”, individuarono un successo americano, The Revolution Kind (Il tipo rivoluzionario), del primo periodo di Sonny Bono,  quando Sonny non si era ancora unito con Cher e faceva canzoni vagamente di protesta, alla Bob Dylan. Il testo originale è stato ignorato, più che travisato, perché effettivamente anche quella di Sonny Bono era una canzone “di protesta”, e non per esempio una canzone d’amore come la versione originale di “Che colpa abbiamo noi”.

Naturalmente nessun accenno nella canzone americana ai capelli lunghi (una ossessione, all’epoca, tipicamente italiana) e nessuna propensione all’inno generazionale. (Testo italiano).

Il pezzo funzionò e i Nomadi si accreditarono come il più deciso tra i nuovi gruppi italiani, con l’aiuto di Guccini e delle canzoni scritte per loro (prime fra tutte “Dio è morto” e “Noi non ci saremo”) iniziarono così la loro mitica carriera, che dura tuttora, ad oltre quarant'anni anni di distanza da questo primo ingenuo brano.

“…But a man's got a right to talk about what's on his mind
That doesn't necessarily mean he's the revolution kind”

(Ma un uomo ha il diritto di esprimere quello che ha in mente
senza che questo significhi necessariamente che sia un tipo rivoluzionario
)

 

 Pietre

 

Il brano portato con successo al famoso Festival di San Remo del 1967 da Antoine e Gian Pieretti, autore lo stesso Pieretti con l’ubiquo Ricky Gianco, è un caso molto particolare di traduzione adulterata, nel senso che qui il processo è al contrario, il testo è fedele all'originale, ma la canzone dovrebbe essere diversa, essendo proposta ad un festival della canzone italiana. 
Sin dal primo ascolto i giornalisti musicali notarono la somiglianza del testo e del pezzo con il brano Rainy Day Women 12 & 35 di Bob Dylan, contenuto nell’album Blonde On Blonde dell’anno prima, che peraltro era il primo brano di un disco molto noto e di un autore altrettanto noto, anche se sconosciuto, o quasi, al pubblico del Festival.

In questo brano Bob Dylan, ricorrendo alla stessa metafora delle pietre tirate in testa indiscriminatamente, biasimava le critiche ricevute per la sua svolta country e rock dell’anno prima ancora, che aveva tradito, secondo molti, la purezza ed il rigore della sua ispirazione folk (e politica) e lo stava portando verso sbocchi commerciali (Bob Dylan si è venduto al sistema, si diceva).
La canzone italiana, accreditata ormai come una versione non ufficiale, prende la stessa idea e lo stesso schema del testo, semplificando alcune metafore, e mette il tutto su una musica teoricamente diversa, anche se in realtà parente stretta del modello americano (è una marcetta, molto simile).
Naturalmente la versione non è ufficiale perché i brani di San Remo dovrebbero essere originali.
Potete fare voi stessi il confronto tra il testo del brano originale di Bob Dylan e quello della canzone portata al Festival, con buon successo, da Pieretti e Antoine.

E' possibile anche leggere in merito la posizione di Gian Pieretti, in una intervista di qualche anno fa.

 

 Pomeriggio ore 6

 

Uno degli ultimi grandi successi del numero uno tra i complessi italiani dell'era beat, la Equipe 84. Come molte altre canzoni del gruppo di Modena si trattava di una cover di una canzone straniera, in questo caso dei Bee Gees, il notissimo gruppo australiano dei fratelli Gibb, all'epoca degno continuatore dei Beatles per la facilità e leggerezza di scrittura. Si trattava in particolare di un brano di ispirazione "country" contenuto nell'ambizioso ed ottimo disco doppio del 1969, Odessa.
Il testo italiano è una specie di inno (o presa d'atto) alla rivoluzione dei costumi seguente al 1968, ed in esso viene simpaticamente preso in giro il perbenismo ipocrita della famiglia tradizionale.
Totalmente diverso il testo originale (apparentemente neanche preso in considerazione) che parla di una vicenda grottesca e paradossale di una famiglia numerosa che diventa ancora più numerosa (il protagonista parte per un giro in macchina con 15 figli e se ne ritrova 35).

 

 Solo più che mai (Strangers In The Night)

 
L'importanza di una "s". Il titolo della canzone originale di Kaempfert, Singleton, Snyder, massimo successo mondiale del crooner per eccellenza, il grande Frank Sinatra, era Strangers In The Night, al plurale, eppure in rete si possono trovare molti riferimenti (errati) dove il titolo diventa "Stranger In The Night". Fa una bella differenza essere in due, lui e lei, nella notte (fatta per amare, per definizione) piuttosto che da soli.
Eppure la versione italiana, affidata al nostro aspirante crooner Johnny Dorelli, sembra ispirata curiosamente a questa versione fantasma, piuttosto che all'originale. Infatti il titolo diventa Solo più che mai e parla di un uomo abbandonato e disperato che si aggira nella città deserta. Completamente travisato il testo originale dove lui e lei, unità elementare e autosufficiente, si innamorano e sfidano assieme la notte e la città, stranieri perché appartenenti ad un altro mondo, il mondo di chi vive l'amore.

Strangers in the night exchanging glances
Wond'ring in the night
What were the chances we'd be sharing love
Before the night was through.
(...)

Una bellissima canzone, giustamente famosa, interpretata in modo memorabile da Frank Sinatra. Non è un caso che, proprio a causa del testo italiano triste, più che malinconico, la versione di Dorelli non appaia molto efficace, e suoni un po' lagnosa. Rimane come sempre un mistero la scelta dei traduttori italiani.

Solo più che mai
in una notte
che non mi dirà
se avrò un domani
e che solo lei
decidere potrà
(...)

 

 La nostra favole (Delilah)

 

La cover italiana del grande successo internazionale di Tom Jones, in originale Delilah, è stata proposta con grande successo nel 1968 (lo stesso anno dell'originale) da Jimmy Fontana, e anche da altri, tra cui i Ribelli. Il testo, più che stravolgere l'originale, è proprio l'opposto. Qui si parla di due innamorati felici che si apprestano a vivere il loro amore in stile "due cuori e una capanna", con un testo che ricorda abbastanza "Pupo biondo" di Claudio Villa "Noi c'avremo una casetta, coi gerani e le pansè, tu sarai la reginetta, io mi impegno a far da re...".

Solo che la storia originale era un po' diversa, e parlava di una donna che il suo uomo non lo trattava proprio per il meglio, non a caso si chiamava Delilah.

L'originale era un testo drammatico di amore e morte, ancora una volta Delilah (Dalila, il mitico personaggio della Bibbia) porta alla perdizione il suo Sansone sconvolgendolo coi sensi e poi tradendolo. Ed effettivamente l'ex minatore, forzuto e indistruttibile Tom Jones (l'abbiamo visto ancora in gran forma nel 1996 in Mars Attacks! di Tim Burton e sempre negli anni '90 ancora al successo con Sex Bomb, e Delilah è del 1968 ...) è un Sansone credibile, e la musica drammatica e spagnoleggiante sottolinea efficacemente una vicenda d'amore e morte.

Come sarà venuto in mente a qualcuno in Italia di tradurre questa canzone con un titolo come La nostra favola e trasformarla in una vicenda di amore felice ed eterno tra due sotto-proletari? Sarà stata la solita censura, volevano evitare ai sensibili ragazzi e consumatori di musica italiani una vicenda troppo cruda? Ma no ... eravamo ormai nel 1968, di storie d'amore e di morte ce ne erano state a iosa, ad esempio Ho difeso il mio amore dei Nomadi, dello stesso anno.
Semplicemente Jimmy Fontana seguiva il suo filone "buonista" che tanto successo gli aveva dato con "Il mondo" (e altrettanto ne aveva regalato ai suoi emuli, come "Il cielo" di Lucio Dalla, senza dimenticare persino "La vita" presentato a Sanremo da Shirley Bassey ed Elio Gandolfi) e una fedeltà anche minima al testo originale era un obiettivo totalmente sconosciuto per l'industria discografica italiana degli anni '60.

 

 Ragazzo solo, Ragazza sola

 

In questo caso il "misfatto" è stato compiuto con la complicità, anzi con l'attiva partecipazione dello stesso Duca Bianco della musica inglese. Infatti è stato David Bowie o il suo entourage a decidere nel 1969 di tentare un ingresso nel ricco mercato italiano dei singoli a 45 giri, con un pezzo in lingua italiana. Il brano scelto è stato, come naturale, il più grande successo dell'epoca del cantante e musicista inglese, Space Oddity, un brano bellissimo nella musica ed originale nel testo, che echeggiava sin dal titolo il grande interesse per lo spazio e la fantascienza rilanciato in quegli anni, oltre che dalle imprese spaziali, dal capolavoro del cinema di fantascienza 2001: A Space Odissey di Stanley Kubrick. Non a caso infatti il titolo originale allude a Space Odissey (Odissea nello spazio) proponendo in alternativa una "Space Oddity" (stranezza nello spazio, inconveniente nello spazio, bizzarria nello spazio).

Per motivi sconosciuti ed incomprensibili, invece che prendere come base il testo originale, e la avventura del malinconico protagonista Major Tom, perso nello spazio, probabilmente ispiratore del Capitano McKenzie della analoga avventura raccontata dai Dik Dik nel 1974 e poi ripresa in parodia da Elio e le storie tese diversi anni dopo, venne utilizzato un testo completamente diverso, sull'incontro in uno spazio terreno (una città deserta) di due ragazzi abbandonati dai rispettivi amori. Era stato predisposto dal solito ubiquo Mogol per una cover affidata ad un gruppo della sua (con Battisti) etichetta discografica Numero Uno, i Computers. Un testo definito infatti, con tipico aplomb inglese, "completely unrelated" rispetto a quello originale nel sito inglese di Bowie, ma che Bowie ha cantato con convinzione (e tipico accento british) e non ha rinnegato, ma anzi ha inserito nella sua raccolta Rare del 1983 (ovviamente dedicata a singoli e rarità).

Esiste anche un'altra cover italiana del successo di David Bowie, proposta dai Giganti nel 1970 con il titolo Corri, uomo, corri. In questa versione (non memorabile la interpretazione dei Giganti) almeno si parla di imprese spaziali, seppur con toni moralistici del tipo "uomo dove vai", ma curiosamente la vicenda del povero maggiore Tom perso nello spazio continua ad essere ignorata. Tranne che in uno dei commenti parlati sullo sfondo che vorrebbero ricordare l'atmosfera di Cape Canaveral durante un lancio.

Testo inglese con traduzione (Space Oddity) / Testo italiano (Ragazzo solo, ragazza sola)

 

La casa del sole

  

Si contano numerose versioni italiane del grande successo di Eric Burdon con gli Animals, un gruppo blues inglese che aveva recuperato questo bellissimo brano tradizionale, riscoperto negli anni pionieristici del folk (anni '40) da Pete Seeger, Woody Guthrie e molti altri. Oltre a Riki Maiocchi (vedi nel seguito) la incisero Luigi Chiocca, Los Marcellos Ferial, Guidone, i Cousins,  Fausto Billi e Janeth Smith. Il maggiore successo lo ebbe all'epoca la versione dei Los Marcellos Ferial, presentata alla popolare manifestazione estiva, il Cantagiro, nella edizione del 1965.

La prima versione italiana era stata presentata da Riki Maiocchi  con il titolo Non dite a mia madre; non era una traduzione del testo originale e della "casa del sole" non parlava proprio, puntava solo sull'epilogo con il galeotto che rimpiangeva la sua sorte, in più, ci metteva anche la mamma del galeotto stesso (leggi il testo).

Nonostante questa prudente elusione di ogni riferimento alle case di tolleranza la canzone non venne accettata dalla commissione di ascolto della RAI, probabilmente perché accennava ad una condanna a morte. Rinunciare alla copertura radio-televisiva era evidentemente inconcepibile per la casa discografica, che passò immediatamente ad una seconda versione (autori Mogol e Pallavicini), nella quale veniva opportunamente recuperato il titolo (quasi tutto), molto poetico ed evocativo, e null'altro della versione originale.

Da aggiungere che una cantante specializzata nel circuito folk (della quale non siamo riusciti a recuperare il nome), ne presento però a fine anni '60 una versione fedele, quasi letterale ("mio padre era un giocatore d'azzardo") che veniva trasmessa al programma radiofonico del pomeriggio "Per voi giovani", in un clima evidentemente e rapidamente mutato.

Da notare la differenza nei costumi e nella sensibilità con il mondo anglosassone, dove la versione degli Animals circolava tranquillamente senza censura alcuna. Anzi, veniva probabilmente percepita come una canzone a sfondo moralistico.

Vedi anche: le numerose cover in inglese del grande classico.
 

Prendi la chitarra e vai

 

Il più grande successo dei Motowns, un gruppo inglese arrivato in Italia nel periodo d'oro del beat (1965-1966) come molti altri complessi stranieri, era un cover, piuttosto modificata nel senso delle parole, del grande successo internazionale del 1966 di David & Jonathan, che aveva come titolo originale Lovers Of The World Unite ("innamorati di tutto il mondo, unitevi"). Il titolo originale alludeva scherzosamente alla esortazione posta da Marx ed Engels alla fine del Manifesto del partito comunista del 1848 ("lavoratori di tutto il mondo, unitevi", in inglese ''Working men of all countries unite!"). In Italia era allora attivo un forte partito comunista, per il quale votava quasi un elettore su tre, e quindi i parolieri e i discografici trovarono più prudente eliminare ogni accenno, che poteva suonare offensivo agli uni o propagandistico agli altri. In Gran Bretagna evidentemente questo era un problema ampiamente superato, e si poteva giocare con le parole ipotizzando la nascita di una nuova classe sociale, gli innamorati.

Quindi, curiosamente, il testo è diventato una canzone di protesta, echeggiante giovani giramondo con la chitarra che cantano la pace e la libertà, probabilmente considerati più facili da maneggiare dei lavoratori di cui sopra.

Da notare che invece gli interpreti originali, David & Jonathan (veri nomi Roger Greenaway e Roger Cook, un duo inglese prodotto da George Martin, presentarono anche loro una versione in italiano, ma più fedele nel titolo al loro originale, intitolata "Innamorati unitevi", ma comunque anche questa totalmente edulcorata rispetto all'originale.

(Testo inglese originale e traduzioni in italiano a confronto)

 

La fine del libro

 

Il secondo singolo dell'Equipe 84 dopo il discreto successo del primo, con Papà e Mammà e Quel che ti ho dato conteneva questa canzone dal testo incomprensibile se preso alla lettera. Ci sarebbe da pensare  che l'autore del testo in italiano, Pantros, pseudonimo di un noto paroliere che collaborava con la casa discografica dei quattro nel primo periodo, la Vedette, e che allora (nel 1965) aveva 45 anni, doveva essere in un momento di depressione per venirgli in mente un testo vagamente jettatorio, dove non si capisce bene se "la fine del libro" stia per arrivare per l'amore tra i due o proprio per la ex amata. O sia addirittura un "auguirio" lanciato dal protagonista. Altre interpretazioni sono le benvenute.

Ciao
ora non puoi più soffrir
per sempre ormai puoi dormir
è la fine del libro
che parlava di te
sappi che per sempre
resterai con me
(
...)

Certo l'idea non gli è venuta dall'originale. Che era uno dei pezzi forti dei Rolling Stones dei primi anni (è del 1964 ed era eseguita spesso nei concerti, si possono trovare e rivedere su YouTube). Non era un brano composto da Jagger e Richards ma da Norman Meade e parlava di una vicenda praticamente opposta, nella quale lei se ne va e lui le dice che "il tempo è dalla sua parte" e lei "tornerà correndo" da lui. Ma le augura anche, molto modernamente, di fare esperienze e conoscere altre cose in questa fase che lui si augura sia transitoria.

Oh, Time is on my side, yes it is
Time is on my side, yes it is
Go ahead, go ahead and light up the town
And baby, do everything your heart desires
Remember, I'll always be around
(
...)

Ma di una canzone spesso si ricorda e si nota soprattutto il titolo, che in questo caso suona quasi come uno slogan, e uno slogan particolarmente in linea con quegli anni straordinari, nei quali il mondo sembrava appartenere ai giovani, e Mick Jagger come un portabandiera del nuovo ordine delle cose urlava nei concerti ai ragazzi entusiasti "il tempo è dalla mia parte" intendendo "il tempo è dalla nostra parte" (lui aveva 21 anni allora) e aggiungendo con ancora maggior convinzione "forza, forza, accendi tutta la città, e fai tutto ciò che il tuo cuore desidera". Un vero inno generazionale. Ad anni luce di distanza la versione italiana. Che difatti non ha lasciato il segno, e il singolo è stato salvato dal retro, la minimale ma più efficace Cominciamo a suonare le chitarre. Cover adulterata anche quella (come peraltro Quel che ti ho dato, il singolo precedente) ma più comprensibile nelle sue due o tre strofe.

 

Se mi fai pedinare

 

Questa cover, non molto conosciuta all'epoca, ma neanche rarissima (vendevano addirittura lo spartito, vedi l'immagine a lato) la inseriamo come esempio della noncuranza con la quale i parolieri italiani hanno affrontato le versioni italiane delle canzoni dei Beatles. L'elenco completo si può consultare in questa pagina; come si può vedere un gran numero dei brani più celebri del più celebre tra i gruppi musicali hanno avuto una versione in italiano. Tutte molto modeste, tradivano quasi sempre i testi originali, che invece avevano sempre qualche motivo di interesse, come sappiamo, e nella maggior parte mostravano chiaramente che i parolieri il testo originale non si erano dati neanche pena di leggerlo o farselo tradurre. In un paio di casi (Please Please Me, Paperback Writer) lo ammettono pure nel testo stesso. Non erano parolieri sprovveduti, Daniele Panzuti, Giorgio Calabrese, Vito Pallavicini, facevano un lavoro evidentemente di routine. A loro discolpa c'è che mai avrebbero pensato che quelle che consideravano canzoncine beat come tante altre sarebbero poi state celebrate, studiate, riverite (forse anche esageratamente)

Questa che prendiamo ad esempio, e che non si pone neanche lontanamente il problema di rendere qualcosa dell'originale, o almeno di leggerlo, era del paroliere molto attivo Danpa (Daniele Panzuti).

Già dai primi due versi a confronto si può comprendere la distanza tra la Gran Bretagna e l'Italia negli anni '60, i motivi all'origine della "beatlemania" in tutto il mondo che parlava inglese e i motivi per cui i ragazzi italiani preferivano i Rolling Stones.

She was just seventeen
You know what I mean

In due sole brevi frasi Paul McCartney aveva già detto tutto ciò che i ragazzi, maschi e femmine, volevano sentire in una canzone dei tempi nuovi che stavano vivendo. I ragazzi visualizzano l'immagine di una ragazza di cui innamorarsi, giovanissima ma già "su piazza" e le ragazze si identificano in lei e nella sua capacità di sedurre. Poi si aggiunge l'efficace giro di basso dello stesso Macca e il ritmo incalzante e si comprendono le grida entusiaste delle fan adolescenti nei primi concerti dei quattro, dove questo, dall'album Please Please Me, era uno dei brani più trascinanti. Ma in italiano diventa:

Gelosa sei, gelosa sei di me, lo so
ma ti avverto che, così non devi far
(...)

Come poteva, un povero adolescente italiano, immedesimarsi o almeno trovare interesse per una situazione presentata così? La ragazza è descritta come una mezza matta gelosissima, ma facoltosa, che è in grado a quanto pare di ingaggiare anche Tom Ponzi (l'investigatore privato più famoso al tempo) per controllare il fidanzato, mentre lui è un povero sfortunato che chissà perché la deve sopportare, ma chiaramente preferirebbe stare con gli amici maschi. Un paio di anni dopo, però, lo stesso Danpa ci torna su con un altro testo diverso per i Kings, che avevano ancora Dino alla voce.

Ma che cos'ha più di me
ma perché vai con lui

e' stupido, non può capirti mai
(...)

Ancora peggio, i ragazzi dovrebbero immedesimarsi nello sfigato di turno, mollato dalla fidanzata (ma ci sono moltissime canzoni su questo tema, era una fissa dei parolieri italiani, vai a sapere perché) e che per reazione definisce stupido quello che invece sta con lei (ma lei non la pensa così). E anche le ragazze difficilmente potevano apprezzare la classica situazione dell'ex appiccicoso, che non si arrende.

Distanza siderale dall'Inghilterra e dalla swinging London, almeno nei testi delle canzoni. In questa come in molti altri maldestri tentativi (Drive My Car, Nowhere Man, Girl, Michelle, ...).

Tentativi però in parte scusati dal fatto che a metà degli anni '60 o poco più nell'Italia provincia del mondo pochi pensavano che i Beatles fossero qualcosa di più della moda del momento. Nessuno o quasi immaginava che raggiungessero con tempo una quasi esagerata sacralità musicale. Ma nel 1969 qualche attenzione si poteva anche avere. Ma, nulla da fare, come dimostra l'esempio successivo.

 

Il dubbio

 

(dalla nostra pagina Facebook): «Luglio del 1969, un ex ragazzo di 27 anni è impegnato con tre amici di vecchia data nel compito più difficile a cui mai si è trovato davanti. Pochi mesi prima i contrasti sulla gestione della loro comune attività sono arrivati al culmine, quasi alla rottura, ed è veramente un peccato, perché la loro creatività, ma soprattutto la sua, non sono mai arrivate così in alto. Ci sono tante idee da realizzare e l'accordo comunque si fa, ed iniziano le registrazioni. Sarà l'ultima volta, o si ricomporranno ancora e si ritroverà una nuova sintesi, e ne usciranno altri capolavori e miniere di idee come l'anno prima? Oppure la storia iniziata per ostinazione ma anche per caso sette anni prima, in quel gelido Capodanno del 1962 sta veramente per finire? E lui dovrà ora intraprendere una nuova strada da solo, senza i suoi amici, non più "With a Little Help Of my Friends"? Inoltre, è mai possibile che tutto ricada sulle sue spalle, che debba trascinare gli altri, e soprattutto lui, il suo grande amico, quello assieme a cui ha creato il primo nucleo del gruppo, quando lui aveva 16 anni e l'altro 18, e lui suonava ancora la chitarra? Sembra che ora debba scrivere quasi tutto da solo, ma per fortuna, mai come ora gli viene così facile.

Questo groviglio di dubbi, timori, ma anche di sfide inedite, lo esprime nel modo che gli è più congeniale, con una canzone, dove forse parla a tutti, forse ai suoi amici, forse a se' stesso: "boy, you're gonna carry that weight, carry that weight, alone". Ma siccome è solo un accenno di canzone, ha un'altra delle idee geniali che gli vengono facilmente in quel periodo, la collega ad un altro accenno di canzone, molto diversa, un ricordo infantile, una fitta di nostalgia. Diversa, ma così vicina nell'accostare due sentimenti di quel periodo, e che però accompagnano tutti nei periodi cruciali della nostra vita. Ecco come nasce un altro piccolo capolavoro regalato al mondo da quei quattro amici, che danno un contributo decisivo a far diventare quei due accenni di canzone uno dei medley più celebri nella storia della musica: Golden Slumbers / Carry That Weight.

E cosa ne fanno in Italia i Nuovi Angeli con il contributo fondamentale di Mogol? "Hey, mi viene un dubbio con te, un dubbio con te, tu baci troppo bene!". Insomma, come domandava il Marchese del Grillo - Alberto Sordi alla cantante lirica francese: " vous êtes un putain?" " juste un peu ..." rispondeva lei. Che tristezza. Poi non dobbiamo stupirci se i ragazzi italiani degli anni '60-'70, ignari della lingua inglese, preferissero i Rolling Stones ai Beatles

 

Quelli eran giorni

 

Ci sono anche casi, come questo, in cui il testo italiano non è affatto male, funziona, si adatta alla musica, non è neanche diversissimo dall'originale, ma in pratica lo tradisce completamente. Qui contano due elementi: l'ambiguità della parole "friend", che non ha genere, e la predilezione dei produttori e quindi dei parolieri italiani per canzoni che parlassero sempre e comunque di una storia a due, con un lui e una lei, e possibilmente senza lieto fine.

Quindi la canzone che in Italia conosciamo come "Quelli eran giorni" nella interpretazione di Sandy Shaw, Gigliola Cinquetti, Orietta Berti, della interprete originale Mary Hopkin nella nostra lingua e di molte altre cantanti italiane proprio alla fine degli anni '60, parla con molta nostalgia e rimpianto di una storia d'amore di un tempo lontano, e parla quindi della malinconia invincibile per la giovinezza e per gli anni felici. Con un finale poetico, il rimpianto a distanza di anni è per entrambi i protagonisti di quei giorni irripetibili, giorni rimasti per sempre nella memoria.

 

Quelli erano giorni
Oh si, erano giorni
Al mondo non puoi chiedere di più
Ma ripensandoci mi viene un nodo qui
E se io canto questo non vuol dir.

Oggi son tornata in quella strada
Un buon ricordo mi ha portata là
Stavi in mezzo a un gruppo di persone
E raccontavi: "Cari amici miei ...

Quelli eran giorni
Oh si, erano giorni
Al mondo non puoi chiedere di più
E ballavamo anche senza musica ...
(...)

 

Solo che la canzone originale, scritta su una musica popolare russa dal folksinger Gene Ruskin, scoperta da Paul McCartney (ancora lui) e proposta a Mary Hopkin per la etichetta discografica dei Beatles, non parlava di una storia d'amore, ma di amicizia. Di amicizia tra uomini all'origine, visto che Ruskin è un uomo (molto fortunato grazie a questa canzone) ma poi diventata tra donne nella interpretazione della cantante gallese. E le due amiche nelle serate al pub progettavano la loro vita futura, la riempivano di sogni, che tali non apparivano grazie alla forza e all'incoscienza della gioventù, la vita e gli anni chiedono il loro prezzo, ma oltre che l'abbandono alla malinconia esiste anche l'opzione di non arrendersi mai:

Tanto tempo fa c'era un pub
Dove andavano per farci un bicchiere o due
Ricordi come passavamo le ore ridendo
e sognando tutte le grandi cose che avremmo fatto?
...
Poi gli anni pieni di impegni sono arrivati di corsa incontro a noi
Abbiamo perso le nostre luminose convinzioni sulla strada (da prendere)
Se per caso ti avessi vista nella taverna
Avremmo sorriso l'un l'altra e avremmo detto:
Quelli erano giorni, amica mia
Pensavamo che non sarebbero mai finiti ...
(...)

 

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 Note

 

(1) Co-autore dei primi successi di Celentano, “24000 baci” e “Il ragazzo della via Gluck”

(2) Secondo alcuni canzonieri le parole in italiano sulla musica di P.F.Sloan sarebbero della famosa musicista Giovanna Marini, che peraltro aveva già scritto una canzone politica prendendo la musica di una canzone americana dei Beach Boys Sloop John B, chiamata “La linea rossa”; la attribuzione appare comunque improbabile alla luce della collocazione politica della Marini all'epoca (sinistra istituzionale). Secondo altre fonti gli autori sarebbero lo stesso Pino Masi e P.Nissim.

(3) Il brano dei Moody Blues era stato proposto, prima dei Nomadi, dai Profeti, con lo stesso testo; dopo il successo dei Nomadi altre versioni sono arrivate dai Bit-Nik e dai Gatti Rossi; Dalida ne ha proposto una versione con testo e titolo diversi (Un po' d'amore).

 

© Alberto Maurizio Truffi 2001-2002 - 2003 - Maggio 2004 - Settembre 2004 - 2008 - Gennaio 2009 (Note FFC) - Agosto 2011 (aggiornamenti Flora Fauna e Cemento) - Novembre 2012 (Due nuove cover adulterate: Prendi la chitarra e vai e La fine del libro) - Settembre 2014 (Le cover dei Beatles)

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