Il Piper Club e Patty Pravo

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Indice:

Il Piper Club / Patty Pravo, la ragazza del Piper / Il trentennale del Piper / La discografia di Patty Pravo

Vedi anche:  

I complessi beat / L'elenco delle cover  / Le cover “adulterate”  / Il fenomeno delle cover / Il beat e le canzoni di protesta / L'elenco dei complessi beat / Le radio libere / I testi delle canzoni / Bandiera gialla / I Night Club degli anni '50

Il Piper Club

 

Nei libri sugli anni '60 e nelle molte pagine web dedicate allo storico locale di Crocetta e Bornigia, il Piper Club viene spesso definito "balera", "locale da ballo" o analoghe definizioni. In realtà è stato molto di più, il simbolo di un passaggio d'epoca, un punto di aggregazione, un brand particolarmente riuscito da associare a tutto quanto poteva significare "giovane", "nuovo", "divertente", una pista di lancio per nuovi talenti nell'Italia dinamica dei secondi anni '60, e anche un mezzo per l'affermazione della nuova musica, e non solo di quella commerciale.

L'avvocato Alberico Crocetta e l'impresario Giancarlo Bornigia (e il loro socio Piergaetano Tornielli) hanno iniziato l'avventura del Piper Club anche con sani e comprensibili propositi commerciali, ma sicuramente l'idea o il sogno di essere al centro di qualcosa di totalmente nuovo per Roma (e per l'Italia) non erano estranei alla loro iniziativa.

Erano partiti dalla considerazione che la vita notturna, come era intesa nella stessa epoca a Roma o New York, a Roma nel 1964 semplicemente non esisteva. C'erano ancora alcuni night club tradizionali, esclusivi per costi e frequentati solo da personaggi dello spettacolo, imprenditori o altra gente facoltosa, ma sostanzialmente preclusi ai giovani. L'idea era semplice: trasferire il modello delle balere estive nella grande città e al di fuori del periodo delle vacanze. Era necessario trovare un locale adatto, ampio e in zona centrale e raggiungibile con i mezzi pubblici (i giovani avevano molte meno macchine e scooter di ora) e soprattutto un'idea forte, che facesse moda.

Il locale adatto, abbastanza ampio da contenere un cinema, ma all'epoca non utilizzato, venne individuato a Via Tagliamento, a due passi da Piazza Buenos Aires (Piazza Quadrata per i romani), una zona centrale (nel quartiere Parioli) ma ben collegata. (Nella foto a lato, l'ingresso all'epoca)
L'idea forte era semplice: musica beat e divertimento moderatamente trasgressivo. La musica beat era la "new thing" nel 1964-'65, e la immagine trasgressiva, legata da sempre alla notte, si poteva semplicemente importare dalla "swingin' London" o dall'America, dove già la cultura giovanile si stava prepotentemente affermando.

Dopo alcuni mesi di preparazione, il locale quindi apriva i battenti la sera del 17 febbraio 1965. I due promotori avevano curato con attenzione tutti gli aspetti, azzeccando tutte le mosse: la sala da ballo era la più grande disponibile a Roma, poteva ospitare alcune centinaia di persone, la scenografia era totalmente nuova per Roma, ideata dall'artista Claudio Cintoli su commissione di Bornigia e Crocetta era un'opera pop-art dal titolo Il giardino di Ursula composta da una sequenza di gigantografie e sculture realizzate con materiali di recupero (vedi foto sotto), sul palco nel corso degli anni campeggiavano opere di Wharol (secondo alcune fonti non confermate), Manzoni, Rotella, Schifano, Rauchemberg. (Nella foto sottostante che mostra i Satelliti impegnati sul palco del Piper Club si possono notare le gigantografie 4x4 metri e la scultura composta da oggetti metallici pressati e segnali stradali, la scenografia di Cintoli rimasta per anni sul palco e poi andata purtroppo distrutta).

La sala era illuminata da 350 luci multicolori parzializzabili, sulla pista erano disposti cubi luminosi sui quali le ragazze più spigliate potevano salire e ballare (le prime cubiste), l'impianto sonoro, messo a punto tecnici della casa fornitrice (la RCA) Franco Patrignani e Beppe Farnetti (che di lì a poco venne assunto e divenne lo storico tecnico del suono e delle luci del locale) era d'avanguardia, e consentiva un impatto mai sentito prima, grazie allo spiegamento di 85 sistemi d'altoparlanti e ad una "buca dell'eco" realizzata sotto la platea.

Altri particolari non vennero trascurati e furono altrettanto decisivi: il lancio promozionale, il nome e la scelta della musica. Per il lancio Crocetta e Bornigia (che divenne poi "Zio Born" per i "piperini") prepararono un manifesto con grafica moderna (sarebbe bello trovarne una copia) e l'immagine di una ragazza svedese, la Svezia era nell'immaginario italiano dell'epoca la terra della trasgressione, e anche un modello da seguire, sin dalla esuberante Anita Ekberg protagonista del film La dolce vita di Fellini; a differenza della moderne discoteche la musica al Piper era dal vivo, e la scelta del gruppo o del cantante giusto era cruciale, i due chiesero consiglio a Teddy Reno, che all'epoca aveva da poco sotto contratto i Rokes, che furono quindi chiamati ad aprire il Piper. Una scelta quanto mai azzeccata. Non solo, secondo molte testimonianze nelle prime serate fu chiamata anche l'Equipe 84, nello scomodo ruolo di gruppo tradizionale contrapposto ai modernissimi Rokes.

E il nome? Ero convinto che c'entrasse la celebre canzone The Pied Piper dell'inglese Crispian St Peters, anche perché questo brano è intrecciato con la storia del Piper e dintorni, ma le date non collimano (è un successo internazionale dell'anno dopo). Nella sua testimonianza, nel libro scritto con Mario Bonanno, Bornigia racconta che il nome doveva essere Peppermint (comunque "doveva" essere inglese) ma che fu cambiato in Piper perché scoprirono (sul Messaggero, il quotidiano di Roma) che un locale con quel nome aveva appena aperto a New York (e che aveva dato il nome a un successo di pochi anni prima, Peppermint Twist). E perché preoccuparsi per la sovrapposizione di nome con un locale nella lontana New York? Che casomai poteva essere un traino? Il mito del "pifferaio" incantatore girava in quegli anni (anche il primo disco dei Pink Floyd, del 1967, si chiamava proprio The Piper At The Gates Of Dawn), e così il termine inglese piper, particolarmente bensuonante in italiano; forse i due o un loro collaboratore intercettarono nell'aria il nome giusto. (Nella foto a destra, la brochure in inglese che presenta il Piper)

Il successo fu immediato e senza confronti, favorito dal fatto di operare in un terreno vergine, e in presenza di una domanda sinora inespressa, ma molto forte, e così sulla scia del Piper già l'anno dopo aprivano il Titan Club di Massimo Bernardi, e poi il Vun Vun, il Pit 77 e anche il Kilt (che invece era una seconda iniziativa della coppia Bornigia - Crocetta). Fuori a Via Tagliamento la fila si formava sin dalle otto di sera e anche prima (il locale apriva alle 22 e chiudeva alle 2 di notte) e i più intraprendenti entravano dalla porta posteriore, sfruttando la distrazione del custode dello stabile occupato dal Formez, l'istituto pubblico che aveva gli uffici alle spalle del Piper (in Via Rubicone).

Patty Pravo al Piper scende dal palco.
Il vigile urbano pare sia autentico.
Foto di Federico Garolla © Archivi Garolla

Da molte parti è raccontato il Piper come punto di aggregazione per nomi noti o come base di lancio per personaggi che sarebbero diventati noti in seguito, anche per merito del Piper, da Mita Medici a Renato Zero, da Loredana Bertè, da Eddie Ponti a al futuro impresario Fausto Paddeu soprannominato "Ciccio Piper", fino alla alla più nota creatura emersa dal Piper, parliamo  ovviamente di Patty Pravo, "la ragazza del Piper". 
Tra i visitatori noti si contano praticamente tutti gli uomini di spettacolo, musica, cinema e TV, ma anche politici e letterati. Fare un elenco non ha molto senso perché comprenderebbe praticamente tutti i personaggi dello spettacolo attivi a Roma negli anni '60. 
Meno noto era il ruolo di Caterina Caselli, anche lei per un breve periodo "insignita" del titolo di "ragazza del Piper", e che pubblicò anche, agli inizi della carriera, un singolo dedicato al tempio della musica beat, dal titolo appunto La ragazza del Piper, inciso con il suo gruppo "Gli Amici".

Mike Liddel con il suo gruppo sul palco del Piper.
Foto di Federico Garolla © Archivi Garolla

Da sottolineare (anche in coerenza con il nostro sito) il ruolo del Piper come trampolino di lancio per tutta la nuova musica degli anni '60. I gruppi sul palco (la musica era solo dal vivo, il Piper non era una discoteca, anche se più avanti introdusse questa formula in alcune sere alla settimana) dovevano soprattutto stimolare la voglia di scatenarsi e di ballare dei "piperini", ma molto frequenti erano anche i veri e propri concerti, con le prime sperimentazioni di una diversa presenza sul palco, della proposta di uno spettacolo multimediale, con utilizzo non solo della musica, ma di luci, immagini, fumi e travestimenti, come poi sarebbe diventata la norma nei concerti rock. 
Un po' tutti i complessi italiani sono passati al Piper (e al suo doppio, presto aperto a Milano dal dinamico avvocato Crocetta) dopo i Rokes e l'Equipe 84, Mal e i Primitives, Mike Liddel e gli Atomi, i Jaguars, gli Uragani, Riki Maiocchi e i Generali, i Satelliti, Le Orme, i Delfini, i Rokketti, Rocky Roberts con i suoi Airedales, naturalmente il gruppo di casa, The Pipers, The Others e Pataxo, i Four Kents, Thane Russal con i suoi Three e molti altri.

Non sono stati però soltanto i gruppi attivi in Italia ad avere il Piper Club come palco e scenario d'eccezione,e spesso trampolino di lancio, nel locale romano hanno tenuto concerti più o meno memorabili anche molti gruppi inglesi e americani, dai Who ai Procol Harum, da David Bowie allo Spencer Davis Group, dagli Small Faces ad Isaac Hayes.

Ma la storia più straordinaria legata alle presenze al Piper riguarda il "concerto perduto" dei Pink Floyd, sul quale sono girate per anni testimonianze discordanti, al punto che si pensava si trattasse di una leggenda metropolitana, sino alla puntigliosa e tenace ricerca  di Stefano Tarquini, webmaster del sito The Pink Side of The Moon che, dopo un lavoro durato non meno di un paio d'anni, ha provato che il concerto effettivamente si è tenuto, nell'aprile del 1968, anzi si è trattato di quattro esibizioni in due giorni successivi. Tutta la storia, che segue la ricerca (difficile, per la mancanza o carenza di tracce scritte e documenti, quasi quanto una ricerca storica sull'antico Egitto), si può leggere su The Pipers at the Gates of ... Rome.

Da sinistra Catlin, Penny Brown e Schipa Jr.
a Via Tagliamento nel quartiere Coppedè.
Foto di Federico Garolla © Archivi Garolla

E non è tutto, il Piper è stato anche teatro e palcoscenico per la musica sperimentale, memorabili il concerto del gruppo Le Stelle di Mario Schifano che, con il contributo e la scenografia multimediale del grande pittore, proposero in anteprima allo stupito pubblico del Piper l'estetica psichedelica, nel 1967. Sempre nel 1967 al Piper viene presentata la prima "opera beat", autore Tito Schipa Jr., figlio del grande tenore e personaggio assai attivo sulla scena musicale del tempo. L'opera, alla quale ha collaborato Massimo Bogiankino, il direttore artistico del Piper Club, si chiamava Then An Alley (echeggiando la celebre Tin Pan Alley, la zona della musica a New York agli inizi del secolo 900, poi diventato un termine generico per l'area a più alta concentrazione di musica nelle grandi città americane) e utilizzava anche testi e musiche di Bob Dylan, ed è stata anche indicata frequentemente come Opera Beat. Protagonisti in scena due assidui frequentatori del Piper, Penny Brown (la compagna dei primi passi di Patty Pravo, vedi nel seguito) e Simon Catlin

Ma anche il jazz ha avuto il suo spazio al Piper, strano a dirsi vista la relativa eclissi del genere musicale nei secondi anni '60, travolto (temporaneamente) dalla nuova musica. Il fatto è che l'avvocato Crocetta era un appassionato ascoltatore di jazz, e trovò il modo di infilarlo nella programmazione inventando la Swinging Dance Band, che aveva in formazione i maggiori jazzisti romani guidati dal trombonista Marcello Rosa; c'erano i giovani come il futuro bassista dei Perigeo Giovanni Tommaso (al basso acustico, prima della svolta elettrica) e il batterista Bruno Biriaco, e i veterani come Carlo Loffredo e Gianni Saint-Just. La band si esibiva il lunedì, giorno ideale per una parziale rotazione generazionale. 

A differenza di altre iniziative nate negli anni d'oro del beat, il Piper Club ha superato benissimo la fine del movimento e il passaggio agli impegnati anni '70, poi agli edonisti anni '80 e oltre. Non è stato più un punto di riferimento rilevante come negli anni d'oro, ma ha mantenuto un suo spazio nel panorama delle notti romane, per impulso dell'infaticabile Bornigia, che peraltro negli anni '80 ha aperto anche l'altro locale di tendenza di Roma, con spirito e approccio completamente diverso, il ben noto Gilda di Via Mario de' Fiori.

Sul Piper vedi anche: le informazioni (in inglese) sul sito di John Flores) e sul sito del Piper Club oggi, che contiene anche una galleria fotografica con immagini del Piper negli anni '60.

 

Fonti: Mario Bonanno e Giancarlo Bornigia - "Piper Club" (Bastogi, 2005), Corrado Rizza - "Piper Generation" (Lampi di stampa, 2007), articolo di Eddie Ponti per New Sound poi ripreso da Anni '60 e dai libri citati, testimonianze di John Flores, ricerche specifiche.
Foto pubblicate per gentile concessione di
Archivi Garolla e Roberto Guscelli de I Satelliti.

 

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Patty Pravo, la ragazza del Piper

 

Patty Pravo, nome d'arte, come tutti sanno, della ragazza veneziana di buona famiglia Nicoletta Strambelli, era da adolescente una brava studentessa del conservatorio di Venezia, corso di pianoforte, e al conservatorio (testimonianza di miei amici che all'epoca vivevano proprio a Venezia e andavano a scuola con lei) peraltro era già piuttosto popolare per la sua bellezza e per il carattere deciso.

Arrivata a Roma sedicenne, nel momento nascente del beat, a metà degli anni '60, non tardò molto a emergere tra i frequentatori del locale alla moda dell'epoca, il Piper Club di via Tagliamento a Roma, aperto dall'avvocato Alberico Crocetta e dall'impresario Giancarlo Bornigia nel febbraio del 1965, sia per la sua bellezza sia per l'innato carisma. Al Piper la futura Patty Pravo si era fatta notare per la sua abilità di danzare e trascinare la pista, ed ebbe l'occasione per fare il salto che la sua fortissima voglia di emergere pretendeva.

Su questa scatto iniziale nella carriera di Patty Pravo, e sui suoi tentativi precedenti con lo pseudonimo di Guy Magenta esistono più versioni parzialmente in contrasto, quasi si perdesse nella leggenda. Ma è una situazione comune in questa storia minima degli anni '60, tramandata soprattutto per tradizione orale, scritta soltanto in modo parziale sulle cronache dei giornali e delle riviste dell'epoca, e spesso anche con molte inesattezze e deformazioni.

Secondo Eddie Ponti, uno dei primi presentatori del Piper Club e personaggio di spicco del panorama musicale e poi radiofonico, in una testimonianza per la rivista Nuovo Sound (1975), Crocetta aveva notato la ragazza e le aveva proposto di partecipare ad un gruppo beat tutto al femminile, con Penny Brown (altra storica assidua frequentatrice del locale romano) e altre due ragazze romane. Da nessuna parte è riportato il nome di questo gruppo, che probabilmente si formava solo sul mitico palco del Piper. In questo gruppo Patty suonava la chitarra e cantava con la sua particolare voce profonda, e divenne celebre nel giro delle notte romane, conquistando il primo contratto discografico, con l'aiuto e la collaborazione di Arbore e Boncompagni (che scelse per lei la sua prima canzone e scrisse le parole della cover).

Secondo una testimonianza di Renzo Arbore per la Storia della Musica e dello spettacolo, alla scoperta ha contribuito anche Luigi Tenco che invitò Nicoletta-Guy-Patty al suo tavolo (era assieme ad Arbore e Crocetta) dopo un'apprezzata performance, la ragazza chiese se Tenco ricordava un concerto che li aveva visti assieme a Venezia (lei cantava come Guy Magenta), da lì il contatto con Crocetta e anche la proposta di adottare un nuovo nome, prima Patty Bravo (o Patti Bravo) e poi Patty Pravo. Altri citano anche lo scambio di battute tra Crocetta e la giovane ragazza veneziana "Sai cantare come balli?" chiedeva l'avvocato e la spavalda risposta fu "Ma certo!". Renzo Arbore aggiungeva anche di aver avuto un ruolo importante nel lancio del disco (e del personaggio) per mezzo di una sua rubrica sul Radiocorriere TV nel quale la descrisse con la battuta "I ragazzi io li fumo come sigarette" contribuendo a creare il personaggio Patty. (Vedi a lato l'inizio dell'articolo: cliccare per la foto ingrandita).

Anche sul significato del nome "Pravo" girano versioni diverse, è probabile che alludesse al movimento pre-68 olandese dei "provos", ma secondo altri echeggiava l'italiano antico ("Guai a voi anime prave!", dice Caronte nella Divina Commedia; "pravo" quindi come "perverso","dannato", addirittura... propendiamo per i provos olandesi). In ogni caso La nuova cantante era per tutti soprattutto "la ragazza del Piper", come indicato in evidenza sulla copertina del disco, un titolo che aveva conquistato spodestando da questo ruolo Caterina Caselli che, per un breve periodo, ne era stata anch'essa "insignita", e che pubblicò anche nel '65 un singolo dal titolo appunto La ragazza del Piper, con il suo gruppo "Gli Amici".

Comunque sia andata, per arrivare, da animatrice delle serate al Piper - e cantante occasionale - al primo disco per una casa discografica ufficiale alla futura Patty Pravo occorsero pochi mesi; la scelta cadde su un pezzo tipicamente beat del 1966 di Sonny Bono, allora ancora cantante in proprio, prima della fortunata avventura con Cher, il brano But You're Mine. La versione italiana venne curata proprio da Gianni Boncompagni, allora già impegnato con Arbore nella trasmissione radiofonica Bandiera gialla, e divenne Ragazzo triste. Sul lato B del 45 giri Patty Pravo incise proprio, in inglese, una sua cover del brano The Pied Piper, quasi una ulteriore enfatizzazione del mito Piper, che poi sarebbe diventata anche la base per la canzone "Bandiera gialla" interpretata da Gianni Pettenati, celebrazione in musica del successo dilagante del programma radiofonico.

Ragazzo triste (pubblicato all'inizio del 1967) ebbe una buona accoglienza, soprattutto per una esordiente, colpiva in particolare la sua peculiare voce profonda, così in contrasto con il suo aspetto gentile. Passò in radio e arrivò tra le prime 20 nella hit-parade (al 13° o al 19° posto, a seconda delle fonti), e comunque venne citato nella trasmissione dell'epoca di Lelio Luttazzi (che faceva ascoltare solo le prime otto posizioni. ma citava a volte anche le successive). Dopo un secondo tentativo che ebbe scarso successo (Sto con te) ma con un lato B azzeccato e ben accolto (Qui e là) la sua casa discografico individuò un pezzo giusto, questa volta super-romantico (ma assai bello) e ben poco beat, Se perdo te, che fu il primo buon successo per la cantante, ma alla fine del '67 arrivò lo smash-hit, La bambola, altro pezzo romantico ma con copertina glamour evidenziante l'avvenenza di Patty; fu come noto un successo clamoroso, nove milioni di copie vendute (nel mondo, perché fu anche esportato quasi ovunque, fino al Giappone).

Da notare che nella prima canzone di Patty Pravo si parlava della gioventù in generale, anche se non con i toni "di protesta" degli altri successi del momento, cioè della nascente era beat in Italia (Che colpa abbiamo noi, Come potete giudicar, C'era un ragazzo):

"Ragazzo triste come me / che sogni sempre come me
non c'è nessuno che ti aspetta mai / perché non sanno come sei.
Ragazzo triste sono uguale a te / a volte piango e non so perché
altri son soli come me e te, ma un giorno spero, cambierà …
nessuno può star solo / non deve stare solo
quando si è giovani così / dobbiamo stare insieme
parlare tra di noi / scoprire assieme il mondo che ci ospiterà ….
non dobbiamo stare soli mai, non dobbiamo stare soli mai"

Nelle successive canzoni invece i temi diventano quelli tradizionali del rapporto uomo donna, anzi con la donna in un ruolo di perdente, quindi Patty veniva proposta con un doppio ruolo, perdente e sottomessa nei testi delle canzoni che interpretava, vincente, aggressiva e trionfante, per bellezza, fama e totale sintonia con i tempi, nella immagine, nelle foto, nelle apparizioni televisive. Un raffinato mix che le consentiva di entrare sia nel mercato "giovane" sia in quello più tradizionale. 

Da notare infine un ulteriore curioso collegamento con Caterina Caselli: Patty Pravo aveva preso (pare) il suo nome d'arte dal movimento olandese dei "provos", che sognavano l'avvento di un mondo utopistico senza guerra e senza consumismo, dove l'unico mezzo di trasporto (era un mondo pianeggiante) sarebbe stato rappresentato da biciclette bianche, messe liberamente a disposizione di tutti da parte della collettività. E proprio a questo mondo Caterina Caselli dedicherà nel 1967 la sua canzone Le biciclette bianche (scritta da Francesco Guccini), pubblicata come retro del suo brano sanremese Il cammino di ogni speranza.

Per la successiva carriera della ragazza ribelle per eccellenza vedere il sito www.coltempo.it (sito semi-ufficiale, completissimo).

 

Revisioni

Maggio 2002: prima versione / Novembre 2006 (ristrutturazione completa della pagina) / Giugno 2007 (precisazioni sull'impianto sonoro e sulla scenografia in base alle ulteriori testimonianze raccolte da C. Rizza, documento fotografico I Satelliti) / Aprile 2013 (alcune precisazioni sulla discografia di Patty Pravo) / Ottobre 2014 (precisazioni segnalata dal visitaore David sulla formazione del gruppo jazz del lunedì)

 

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© Musica & Memoria / Alberto Maurizio Truffi / 2002 -2014

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