Intervista a Ghigo Agosti

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Tra gli iniziatori del rock in Italia, inserito nel fenomeno beat col suo gruppo Ghigo e i Goghi e poi convinto e credibile esponente del R&B italiano, trascinante nei suoi concerti dal vivo, personaggio scomodo e fuori dagli schemi e dalle mode, Riccardo Arrigo Agosti in arte Ghigo è stato uno dei più interessanti artisti italiani che si sono cimentati con le nuove espressioni musicali, e un punto di riferimento per molti musicisti jazz, beat e R&B che hanno collaborato con lui.
Pubblichiamo una intervista esclusiva che è anche un modo per ricordare l'Italia musicale nei '50 e nei '60.

 

Ghigo Agosti in concerto
(1961)
Ghigo Agosti (2006)

Vedi anche: Album fotografico di Ghigo Agosti / Coccinella / Stazione del Rock / No! al demonio

 

Intervista

 

La prima curiosità che sorge in chiunque legga la tua biografia riguarda gli inizi: a 19 anni, nel 1955, scrivi una canzone che si chiama "Stazione del rock", il primo disco di Elvis Presley era uscito l'anno prima, assieme allo storico 45 di Bill Haley con i Comets che darà il nome al nuovo genere; la musica in Italia era monopolizzata dai generi tradizionali, a parte il manipolo di appassionati di jazz; rhythm & blues e musica nera erano generi per specialisti; come eri venuto a contatto con questo genere musicale?

 

Pasqua, Natale e altre festività:  riunioni familiari da mio cugino Paolo Tosi a Busto Arsizio o casa mia, poi tutti a tavola . «Cugino, caro cugino Paolo, tu, mi suonavi i piano-Boogie e i piano-Blues, tu avevi compreso la mia passione e hai cominciato a regalarmi i dischi USA,  di importazione, 78 giri che mi facevi trovare a casa tua, casa mia e dei familiari, sempre dischi per me ... »

 

La seconda curiosità è legata alla prima: non è mai stato facile in Italia incidere qualcosa di innovativo. Come sei entrato in contatto con la tua prima casa discografica e come sei riuscito a convincerli ad incidere il primo disco?

 

« Hey, Ghigo, tu che scrivi quelle canzoni … perché non vai a questo indirizzo … sai mio padre sta mettendo su una casa discografica. MA NON DIRLO IN GIRO! Tienitelo segreto (Antonio Ansoldi, della mia compagnia ... un amico tra gli amici (sposerà poi Iva Zanicchi e avrà una figlia con lei). Papà GB Ansoldi aveva una fabbrica di dischi e cera per dischi e riforniva i discografici. Pertanto ... stava preparando in segreto una casa discografica, con un cast di artisti e presentarsi sulla scena, con vernissage ... presentazioni ecc. ... intendeva entrare alla grande.

Pertanto il Ghigo (amico della compagnia) una volta andato in Via Pattari 2, 2° piano, e dopo avere stretto la mano del maestro Piero Soffici, messosi al pianoforte, registrate su registratore Geloso le sue canzoni … fece il primo passo.
Seguirà la occasione successiva – allorché  Soffici – avuto  e dato parere favorevole, chiederà lumi sul genere rock & roll, essendo lui un grande musicista – ma non praticante il genere.

 

Durante gli anni '50 il rock ('n roll) ha progressivamente conquistato un suo spazio per merito di altri apripista che hanno seguito il tuo esempio; sono noti i tuoi rapporti con Adriano Celentano, posso chiederti in che relazioni eri con due altri personaggi che faranno la storia della musica in Italia (se hanno suonato con te, se avete scritto canzoni assieme, se ascoltavate o vi scambiavate esempi stranieri, se c'erano delle rivalità)? Cominciamo con Giorgio Gaber ...

 

1954. Festicciola pomeridiana della media borghesia milanese, studenti .. media superiore … un ragazzo appoggiato a un muro di una cantina, arpeggia e gioca accordi con discrezione non ostentata; mi rivolgo a lui : «possiedi musicalità, ti muovi nella direzione giusta; mi piacerebbe suonare con te, lo invito a casa .. lui verrà per molte volte, e non con poca fatica.  Il tram n°29-30, che porta all’angolo di via Londogno (n°18 il mio obbiettivo), sulla porta una targhetta …”ragionier Gaberscik”, papà e fratello maggiore mi accolgono sempre con calore, un po’ “tiepido” invece è l’amico Giorgio. Lo martellavo e continuavo a martellarlo, lo scopo era jam session a casa mia ed eseguire mie composizioni di carattere esclusivamente jazzistico. In quelle occasioni, nessuno di noi si sognava di accennare a canzoni o testi propri, i discorsi musicali e le jam session erano sempre e solo Jazz e naturalmente… se il Blues lo vogliamo considerare “rock”, allora in casa mia c’era anche quello.

In verità, Giorgio non fu propriamente entusiasta di suonare con me, egli era un “preciso” e rimaneva infastidito quando venivo colto dalla foga dell’improvvisazione e (non sempre, naturalmente) quando musicalmente “squadravo”.
Nonostante brevi intoppi, le nostre jam andarono avanti per più di un anno insieme ai noti amici jazzisti milanesi; un giorno mi bussa alla porta e dice “oggi ti porto uno che sa come si suona il pianoforte…”, costui era Enzo Jannacci.

Pur frequentandoci, ognuno di noi si teneva abbottonato circa argomento: canzoni, testi e musiche;  personalmente, le canzoni che scrivevo, avevano il fine di divertire gli amici della mia compagnia. Rivalità? impossibile succedere oggettivamente.
Non ascoltavamo musica, la suonavamo, il rock esisteva solo fuori casa mia con gli “Arrabbiati”.

 

... e continuiamo con Enzo Jannacci ...

 

Enzo … era molto simpatico, continuammo a frequentarci per qualche anno come amici, non si parlava di canzoni, almeno sino a quando non uscirono sui dischi. Ricordo bene una cosa, stavo molto attento come Enzo muoveva le mani sul pianoforte, era più bravo e preparato di me (autodidatta!).

Circa Celentano, è una storia divertente, che fa sorridere, già detta e ripetuta, risalente alla metà dei ‘50 ..., ma se desiderate saperlo, confermo che è vero che lui mi avvicinò per chiedermi se gli insegnavo a cantare rock & roll, successivamente mi chiese se ero un americano …sulla storia a seguire, le deduzioni le lascio agli altri.

 

Il tuo modo di cantare e di esibirti, così anticonvenzionale, era avvicinabile a quello dei rocker americani come Jerry Lee Lewis o Little Richard, o lo stesso Elvis Presley. Hai avuto modo negli anni '50 di assistere a concerti loro o di altri personaggi in Italia o in Europa?

 

Escludiamo a priori Presley, con Little Richard mi sentivo sulla stessa lunghezza d’onda; Jerry Lee Lewis … avvincente l’impatto rock voce-piano. Negli anni ‘50 assorbivo il linguaggio rock da concerti non etichettati “rock”, mi spiego … nei momenti più caldi dei concerti, le orchestre e i cantanti raggiungevano l’apice dell’incandescenza con riff vocali e strumentali (in genere sul giro di blues) coinvolgendo il pubblico.

Già nei primi anni ’50 orchestre come quelle di Lionel Hampton riuscivano a coinvolgere il pubblico e renderlo un tutt'uno con orchestra e cantanti: «un “eco” incalzante e ossessivo», praticamente era già nato il Rock, e mi impregnavo di queste ondate di frenetica musicalità, il rock era già là, presso di “loro”; mi comunicava Rock anche l’istrionismo di Dizzy Gillespie con i suoi “scat” di vocalese, un personaggio a mio avviso molto sottovalutato, compositore, virtuoso della tromba, meriti che hanno fatto dimenticare la sua aggressività nello “scat” vocale.

 

Tutta la tua storia musicale si intreccia anche con il mondo del jazz, ed in particolare del jazz milanese. Tu ascoltavi e amavi il jazz? Preferivi quello scatenato e immediato delle big-band o apprezzavi anche qualcosa di più cerebrale come il be-bop?

 

Sono sapori differenti, la musica è a 360°, riuscivo a farmi compenetrare da tutte le forme musicali valide e di contenuto, che su di me avevano un effetto invasivo. Be bop? non solo,  Charlie Parker e co., i gelidi Lennie Tristano e Lee Konitz; beh… Big Band, quelle erano la massima pulsione, Stan Kenton compreso.

 

Sempre restando in tema di jazz, è vero che a un concerto dei primi anni '60 di Louis Armstrong, ormai entrato nel giro dei fenomeni musicali da esibire, hai contestato la sua esibizione, quando ha attaccato una qualche canzone tradizionale italiana, urlando "Commercio!" all'esterrefatto trombettista e cantante?

 

Posso aver dato dei segni di insofferenza ai miei amici e vicini di poltrona, la delusione era già nell’aria……

 

Prima metà degli anni '60, il rock è soppiantato da nuovi generi, dai complessi e dai loro impasti vocali; i Beatles e i Beach Boys sono i nuovi modelli che presto si diffondono; come vive Ghigo questa fase?

 

Liberatoria. Ho istintivamente sempre evitato i “birignao”. Il mio rock’n roll era già stato scritto, cantato e inciso, la cosa più triste per un creativo è il “ripetersi”. In quegli anni avevo formato Ghigo e i Goghi, si suonava tutte le sere, le canzoni richieste e gradite dal pubblico erano di quei generi e co. I miei chitarristi ne infilavano una più bella dell’altra, per me era un bell’ascoltare, in quel periodo nessuno si sognava di chiedere rock’n roll, così potevo strapazzarmi le canzoni altrui in maniera personale e mi andava anche bene, vedevo che il pubblico accettava, era proprio un bel suonare.

 

Metà degli anni '60, 1965-1966, gli anni del trionfo del beat anche in Italia. Come viveva Ghigo, iniziatore del rock, l'avvento di questa nuova musica, molte volte meno dirompente del vecchio rock, ma con un successo tra i giovani decisamente maggiore? Condivideva la nostalgia e l'aperta opposizione di Celentano al nuovo fenomeno (Tre passi avanti, I ragazzi della via Gluck)?

 

La sofferenza fisica e sentimentale di una “naja” dura e inevitabile, ha soffocato tormenti che potevano derivarmi dai nuovi orientamenti musicali, meglio il coro degli alpini che lo “Yè-Yè” o similari.  Tornando a Celentano, non condividevo la sua opposizione, trovavo i Beatles rivoluzionari nel costume e nella musica, pur anche non seguendo personalmente la moda (abbigliamento e capelli).

 

Una domanda che riguarda un po' tutta la storia musicale di Ghigo: come ti tenevi aggiornato? Compravi dischi di importazione o ascoltavi di preferenza la radio? Chi erano i tuoi "pusher" (di dischi) a Milano e quali radio ascoltavi?

 

Caro Alberto, qui mi fai fare un bel salto indietro nel tempo; anni post bellici, media per famiglie la radio, mezzo in cui riuscivo a trovare delle isole comunicative. Alcuni programmi musicali si basavano su ciclici concerti di orchestre di direttori italiani che avevano una scuderia di cantanti (orchestra di ritmi moderni della RAI, alla quale si alternavano più direttori d’orchestra, Ferrari, Angelici e altri). Dulcis in fundo, il direttore si riservava un brano per sola orchestra; è qui che prorompeva la “big band” e la passione per il Jazz (con riserva su Angelini), poi ci fu la scoperta di “eclipse” (Piero Piccioni e Nunzio Rotondo). Quanto a dischi, mio cugino Paolo Tosi era il meraviglioso “pusher”, poi direttore della Decca London.

 

Negli anni d'oro del beat chi ascoltavi e apprezzavi tra gli stranieri e gli italiani (o assimilati)? Anche tu pensavi che gli Yardbirds fossero i migliori in UK e i Rokes i più validi da noi? O li vedevi come semplici fenomeni commerciali?

 

I Giganti, in quanto miei amici e coloro che mi hanno accompagnato nei primi passi al Santa Tecla. Gli Yardbirds mi piacevano, i Rokes non li seguivo. Perché definirli commerciali? Facevano ambedue della buona musica, che però mi perdonino, non mi “rapivano” più di tanto.

 

Una domanda d'obbligo, alla luce delle ricerche che abbiamo fatto su questo interessante gruppo di Roma: hai avuto contatti con i Jaguars, della scuderia CDB, o li ascoltavi? Apprezzavi il modo di cantare del cantante Silvio Settimi, così aggressivo e anticonvenzionale, e quindi avvicinabile al tuo?

 

Jaguars? Prima associazione -FLASH: un incontro ravvicinato con una globetrotters romana; Lino Tieri, Silvio Settimi e co. erano il suo tormentone, «se li sarà "fatti" tutti?– pensavo tra di me-»; ah giovane peccatrice romana, le tue passioni a parte, in fatto di musica non si sbagliava. Settimi … la musica sentita ci accomuna, peccato che lui stava a Roma ed io a Milano, lui romano, io milanese, metti che in quegli anni quando non ero a Milano, ero in giro per l’Italia col gruppo, e se cerano dei dischi da dover ascoltare, erano le ultime novità straniere per poter ragionare il repertorio del mio gruppo, dove costringevo cantare anche i muti. In più occasioni parlando nei dopo concerto, c’era l’incontro con altri artisti, si parlava di musica e musicisti italiani, il nome Silvio Settimi riecheggiava con con percepita stima, anche se io non l’ho mai incontrato.

 

Nella seconda metà degli anni ’60 arriva il rhythm & blues, anche da noi, e fa invecchiare velocemente il beat, sembrava una novità ma certo non lo era per te. Hai avuto maggiori opportunità in quel periodo?

 

Dici bene, ti riporto al discorso precedente. Nei declinanti anni beat incappavo nei nascenti Wilson Pickett, Otis Redding, James Brown e altri. Vero, che io avevo il noto trascorso di esperienze R&B adolescenziale, il che mi ha giovato, ma importante era il tenere aggiornato il repertorio della mia band sulle novità più golose ed eccitanti, (a parte i soliti calorosi appiccicati al palco, voglio rammentare che il pubblico ballava). In quel periodo ho avuto la possibilità di godermi la musica e di ricaricarmi quando suonavano gli altri, ancor più se c’era un cambio di orchestre, il massimo della supercarica l’ho ricevuto al Piper di Milano, due palchi, sull’altro palco era salito niente di meno che Jimi Hendrix in persona (1966) . Non parlerei di opportunità (che più o meno ho avuto) perché ai tempi di Coccinella detestavo il “birignao” e non c’era lo spazio per proporre cose più avanzate, anzi si tendeva ad andare verso il Twist, Shake e Yè-Yè, a quei tempi mi annoiavo ad ascoltare i miei colleghi. Preferivo proporre Stazione del Rock che permetteva alla mia creatività di inserire improvvisazioni.

 

Quali sono stati i tuoi rapporti con le case discografiche? Ho già chiesto come hai fatto a neanche vent'anni ad ottenere il primo contratto ma dopo, ormai famoso, hai dovuto faticare per proporre dischi non convenzionali (anche nel formato, come per esempio "James Brown dice, io dico") ?

 

Ho dovuto faticare perché avevo idee troppo avanzate. Col primo discografico i rapporti si erano arrestati; Mino dei Giganti può testimoniare (che il discografico Gianbattista Ansoldi si era sfogato denunciando la mia pretesa assurda di voler fare musica sinfonico-progressiva-strumentale. Mario Moletti, un brillante pittore e grafico pubblicitario, facendo sua questa “SOUL EXPERIENCE” del mio cantare, si immaginò e creò il personaggio di Mister Anima che doveva esprimere l’interiorità e non l’apparenza; presentò il progetto al discografico Tony Casetta della Bluebell-Belldisc con mediazione di Federico Monti Arduini (editore della stessa). Accettato il progetto, il sottoscritto ebbe carta bianca.

 

Una domanda sul look. Negli anni ’60 tutta l’Italia era ossessionata dai capelloni, i ragazzi coi capelli lunghi erano un simbolo difficilmente decifrabile ma molto netto, tema anche di molte canzoni di varia qualità e credibilità (Che colpa abbiamo noi, Come potete giudicar, I capelloni, I capelli lunghi, ecc.). Era "obbligatorio" seguire queste mode per non essere "out" oppure c’era, da parte di tutti o della maggior parte dei musicisti dell’epoca, una convinta adesione a questi simboli?

 

Riaccenno, mi stava bene avere il gruppo, mi stava bene che si vestissero alla moda, i loro capelli, ciò che dettava la moda (primi anni del beat), per quanto riguarda il sottoscritto, mi furono regalate tre parrucche che mettevo autoironicamente in qualche occasione. Più tardi, il vestiario Mister Anima fu una creazione di mia moglie Lisetta.

 

Da aggiungere che la scelta del look giusto, che caratterizzava un complesso, era presa in seria considerazione da musicisti e manager. Tu come ti ponevi nei confronti di questo aspetto?

 

Con innata predisposizione negativa.

 

Per te la musica dal vivo ha rappresentato sicuramente uno dei lati più appaganti e impegnativi del tuo percorso artistico. A distanza di anni rimangono maggiormente presenti le testimonianze su disco, e quindi si rischia di perdere in parte questo patrimonio. Puoi raccontarci di alcuni concerti che ti sono rimasti particolarmente cari?

 

Mi torna piacevole alla mente il ricordo romano, ero in tournèe con Antoine e i New Dada, erano gli anni in cui ci si era dimenticati del primo “Ghigo” (c’era la nuova gioventù); Ghigo e i Goghi … malgrado il nome poco aggressivo, dopo una comprensibile perplessità nel momento della presentazione, fu un vero caldo successo ed avemmo ripetuti post-performance e complimenti.

 

Parliamo delle collaborazioni e della rete dei rocker e dei jazzisti milanesi. Chi sono i personaggi con i quali hai interagito di più e che hanno condiviso la tua proposta musicale?

 

A mia scienza, di cantanti nessuno, quanto a musicisti: Paolo Tomelleri, Bruno De Filippi, Lelio Lorenzetti, Enrico Maria Papes, Guidone (come bassista), Ricky Gianco, i Giganti, Claudio Corazza, Enrico Intra, Lino Patruno e tanti altri.

 

Sempre a proposito dell’ambiente, quali sono gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato, italiani o stranieri che fossero, sin dagli anni ’50?

 

E’ azzardato dire che Marlon Brando mi ha comunicato con i suoi personaggi, la sue interpretazioni, ambientazioni, “musica” :
.…. «….. MUSICA …..»?

 

La RAI e la ferrea censura del tempo. Come avveniva il controllo, c’erano dei funzionari che ti contattavano prima degli spettacoli nei quali eri ospite o tutto avveniva per tramite della tua casa discografica? Hai mai dovuto modificare il testo di tue canzoni per consentire il passaggio in radio o in TV?

 

Ritengo che la casa discografica mandasse i dischi alla RAI, e in sede romana veniva deciso quali canzoni essere “degne” di essere trasmesse via etere dalla RAI istituto nazionale. Mai ho modificato una parola nelle mie canzoni.

 

Infine ti chiedo cosa pensavi, ma all’epoca, in contemporanea alla loro affermazione, di alcuni musicisti che hanno fatto la storia della musica negli anni ’60, cominciamo ovviamente dai Beatles ….

 

Prescindendo dal fenomeno-costume, portavo i Beatles a livello dei Porter, Berlin, Gershwin, Rodgers and Hart.

 

… per continuare ovviamente con i Rolling Stones, sempre pensando alla loro produzione dei ’60 (diciamo fino a Let It Bleed) 

 

Beh, i Rolling Stones ... adrenalina

 

... e con gli Yardbirds ….

 

Simpatia e interesse

 

… e, per una puntata in Italia, i Rokes  

 

Peccato averli persi……

 

Una domanda su progetti non realizzati negli anni ’60 perché troppo avanti, perché rifiutati dalle case discografiche: era un’epoca molto favorevole alla sperimentazione ma le regole del mercato sono spesso rigide, ti è successo di incapparvi e di non riuscire a portare al pubblico le tue idee o a portarle solo parzialmente?

 

Non ritengo gli anni ‘60 favorevoli alla sperimentazione, gli anni ’70 sì con l’avvento del progressivo. Per me è sempre stato: rigido dovunque, vogliamo fare un’eccezione? i grandi raduni organizzati da Re Nudo dove dove c’era la massima libertà di espressione. Purtroppo, nella sede milanese dei fedelissimi di Re Nudo, ci fu il canto del cigno, in quanto mi sparì il mio impianto voce ...

 

Per finire, Ghigo oggi, sicuramente appassionato come sempre della musica: puoi indicarci cinque musicisti di qualsiasi paese e genere che, a tuo avviso, stanno facendo qualcosa di importante per la musica, ora?  

 

Se questa domanda me l’avessi posta 10 o 15 anni fa, ti avrei risposto. Le ultime cose interessanti sono state realizzate negli anni ’80 e ’90, poi il deserto ………….

 

Note

I primi concerti di Ghigo

Ghigo Agosti ha iniziato la sua carriera musicale negli anni '50, proponendo una musica e un tipo di concerto del tutto nuovi per l'epoca. Il suo gruppo, che poi diventerà Gli Arrabbiati, era composto essenzialmente da esponenti della scena jazz milanese di quegli anni, ad iniziare dal un batterista jazz che aveva il nome d'arte di Shlomo e poi da Paolo Tomelleri, noto sassofonista milanese rimasto sempre molto legato a Ghigo. Tramite il batterista, Ghigo conobbe due militari americani che in patria suonavano jazz, e che in quel periodo erano in Italia sotto licenza: il trombettista Andy Coleman e il contrabbassista Roger Hawk al contrabbasso. Il primo quintetto era composto quindi da: Ghigo (voce - pianoforte), Shlomo (batteria), Paolo Tomelleri (sax), Andy Coleman (tromba), Roger Hawk (contrabbasso). La musica era essenzialmente jazz con una forte attenzione al ritmo.

La nascita del rock

Ma quando è nata la musica rock, il genere che negli anni sarebbe arrivato a dominare l'intero panorama musicale mondiale? Tutti pensano a Bill Haley e ai suoi Comets nel 1954, ma ...

Le "big band"

Le grandi orchestre da ballo di genere jazz degli anni '30, '40 e '50 (Duke Ellington, Count Basie, Billy Eckstine) non erano solo votate a fare da sottofondo a eleganti atmosfere tipo musical in locali frequentati da uomini in frac e donne in abito lungo, ma anche a far ballare e scatenare i giovani con i nuovi ritmi percussivi del jazz. L'atmosfera esaltante e scatenata dei concerti rock nasceva proprio da queste "big band" nei loro momenti migliori, ad iniziare da quelle del vibrafonista Lionel Hampton e quella di Stan Kenton con il suo "muro del suono" (wall of sound).

Gli Arrabbiati

Erano il complesso di Ghigo Agosti negli anni '50. Come altre formazioni che hanno seguito il musicista hanno avuto molte evoluzioni nel tempo ed anche in occasione dei concerti.

Festival di Re Nudo

Nel 1976 al Parco Lambro di Milano la rivista Re nudo (dalla favola di Andersen), punto di riferimento della contro-cultura non violenta italiana, ha organizzato uno storico festival musicale gratuito, che ha raccolto tutti i giovani (e meno giovani) che si riconoscevano in quel movimento, dando luogo ad un evento dai risultati controversi, che ha segnato però anche la sua fine.  Già l'anno dopo, il 1977, sarebbe stato quanto di più lontano si possa immaginare dalla non violenza e da "pace e amore". Ghigo Agosti ha partecipato al festival non in in veste di cantante, ma di fotografo e giornalista, sua nuova attività dal 1974.

Le altre interviste

Silvio Settimi (I Jaguars)
Ferry Sansoni (I New Dada)
Santino Martoscia (I Generali)
Roberto Guscelli (I Satelliti)
Gino Verduci (I Daini)
Dario Capelli (I Chiodi)
Joe Di Dio (I Gerol's)
Mimmo Seccia (I Ragazzi della Via Gluck)

 

© Musica & Memoria Gennaio 2007 / Intervista di Alberto Truffi / Riproduzione non consentita

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