I New Dada - Intervista a Ferry Sansoni

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Per tornare ancora alla mai dimenticata epoca d'oro del beat, pubblichiamo una intervista esclusiva per Musica & Memoria del tastierista dei New Dada, e poi del suo gruppo Ferry, Franco, René, Danny, e GabyFerruccio "Ferry" Sansoni (nella foto è il secondo da sinistra).

Vedi anche: La storia dei New Dada

 

Iniziamo dagli aspetti divistici del fenomeno New Dada. Eravate presentati all'epoca  come i "mod" del beat italiano, ragazzi bene e studenti. Quanto c'è di vero? Eravate veramente tutti ragazzi di buona famiglia, studenti di ragioneria e delle scuole superiori?

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Più o meno. Pupo, René ed io venivamo da famiglie cosiddette "abbienti" mentre il padre di Maurizio aveva un negozio di elettrodomestici a Milano, Giorgio era impiegato al comune di Milano come elettricista (professione che ha tenuto fino alla pensione) e Franco era figlio di un ex colonnello dell'aeronautica che abbandonò la famiglia quando lui era in tenera età. Per quanto riguarda gli studi...io ero uno schifosissimo ragioniere mentre gli altri non superavano le tre medie.

Siete anche solitamente indicati come un complesso "milanese". Tu sei nato a Sassari, vivevi da molto a Milano, ti sentivi milanese?

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Assolutamente sì; sono nato a Sassari casualmente perché mio padre (Milanese DOC) conobbe mia madre (sassarese) durante il servizio militare in Sardegna; si sposarono, nacqui io e quando avevo sei mesi ci trasferimmo a Milano. Franco è nato a Padova e Pupo a Palermo; diciamo che Milano è sempre stata la nostra città, natali a parte, e poi si parlava di gruppo milanese poiché si viveva tutti a Milano.

Raccontaci qualcosa dei concerti studenteschi con i quale sia i Dandies, sia gli Tzara / Man Ray / New Dada hanno iniziato: cosa suonavate? Era soprattutto materiale confidenziale, doo-wop e simili o già suonavate R&B e qualcosa del nascente beat? Suonavate materiale italiano o prevalentemente straniero?

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Suonavamo materiale totalmente straniero; si montavano i pezzi più gettonati del momento che inevitabilmente venivano da Inghilterra e USA.

(Per notizie sui Dandies, gli Tzara e i Man Ray vedi: La storia dei New Dada)

Com'era il clima nei concerti studenteschi, i ragazzi volevano scatenarsi o agganciare le ragazze con lenti confidenziali e simili?

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Diciamo che in quel periodo andavano molto le cosiddette "feste in casa" dove la mamma doveva andare dal parrucchiere o aveva comunque qualcosa da fare fuori casa, la luce ad un certo punto si spegneva e le mani andavano dappertutto. Nei locali si ballavano ancora i lenti ed il contatto con l'altro sesso era assicurato. Sempre che ci stesse!! Ovviamente durante gli spettacoli si cercava di trasmettere il massimo dell'energia e raramente si suonavano pezzi lenti, anche perché difficilmente, sia con i Dandies che con i Dada, il pubblico si metteva a ballare durante le nostre esibizioni. Il tipo di successo che hai oppure no lo potevi quantificare vedendo se i ragazzi nelle sale da ballo smettevano di ballare quando salivi sul palco; diciamo che con noi non ballava mai nessuno. Ricordo che in un Palasport, non ricordo quale né dove, avemmo il coraggio di fare un pezzo dei Beach Boys che si chiamava Graduation Day abbandonando tutti gli strumenti e sedendoci sul fronte del palco accompagnati solamente da una chitarra; l'impasto delle voci unitamente alle luci (occhio di bue su di noi e tutto il resto al buio), faceva un effetto da pelle d'oca ed alla fine del pezzo veniva giù il palazzetto.

Che cover facevate, qual erano le vostre preferite?

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Più o meno quelle che poi avremmo inciso nell'ellepi e che poi avrebbero inciso altri gruppi.

E' vero che hai iniziato suonando jazz?

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Non ho affatto iniziato suonando jazz; la parentesi jazz nacque dopo lo scioglimento dei Dandies ma durò pochissimo. Si fece qualche prova con un gruppo capeggiato dalla cantante Francesca Frasca Polara, ma quando fu il momento di esibirci al teatro del Collegio San Carlo a Milano fui corteggiato dai Dada e, senza nessuna prova effettuata ed improvvisando (allora si suonavano più o meno tutti gli stessi pezzi) mi schierai sul palco con loro mollando il noiosissimo gruppo jazz. Da allora non ci saremmo più divisi ed i Dada diventarono sei.

Dopo la tournée con i Beatles e i primi dischi siete diventati un fenomeno divistico. Ti divertivi ancora?

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Certo che sì. L'essere riconosciuto quando cammini per strada o essere additato quando sei in auto o essere avvicinato al ristorante per un autografo era una cosa carina e gratificante. Ti faceva sentire un padreterno. Non dimenticare che erano gli anni '60 e che avevamo 18/20 anni. Ovviamente ognuno di noi reagiva in maniera del tutto personale al successo (vedi La storia dei New Dada)

Il beat era qualcosa che aveva senso per voi? Sentivate di far parte di un movimento giovanile o era prevalente per voi l'amore per la musica e/o il successo?

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Principalmente era la voglia di fare musica. Non ci siamo mai impegnati politicamente come i nostri colleghi Nomadi e altri; si faceva musica per il nostro godimento e volevamo dare ai nostri fan degli attimi di emozione; non abbiamo mai pensato di protestare contro qualcuno o qualcosa, c'era già chi lo faceva. Il nostro schieramento poi non sarebbe stato certamente lo stesso dei Nomadi.
In tutta sincerità ti confesso che sia noi che gli altri gruppi incidevano pezzi (cover) che ritenevamo avrebbero venduto più dischi; poi qualcuno si accorse che con la protesta prendevi una grossa fetta del mercato di appartenenza a quel genere politico o altro, decise di continuare su quella strada che - poi - gli era anche più congeniale (vedi Nomadi). Noi ci siamo sempre raffrontati ai Beatles e non concepivamo l'idea di andare a suonare davanti al pubblico con magliette bisunte o jeans stracciati. E' chiaro che le cose poi sono cambiate un po' per tutti ed anche col gruppo Ferry & C. ci si vestiva senza più la tradizionale "divisa" ma - comunque - con cosine originali ed eccentriche e, soprattutto, pulite.

Sempre sui gusti musicali. Le vostre scelte erano un po' eclettiche ma prevaleva il R&B. Ascoltavate molti dischi di quel genere? Chi erano i vostri artisti preferiti, quelli che più facilmente finivano sul piatto dei vostri giradischi?

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Beatles e Rolling Stones, James Brown, Chuck Berry.

Una domanda tecnica. Che strumenti usavi: Hammond, Vox o altre tastiere italiane? Per il tuo stile ti rifacevi a maestri come Jimmy Smith o Brian Auger (che però era quasi contemporaneo)?

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Purtroppo l'Hammond non me lo potevo permettere se non in sala d'incisione. Usavo un Farfisa che regolarmente la casa produttrice veniva a sostituirmi gratuitamente col modello più recente (usare una marca piuttosto che un'altra voleva dire che i complessini avrebbero utilizzato la stessa tua tastiera) ed un Vox col quale ho registrato Lady Jane. L'organo Vox aveva dei suoni stupendi e si avvicinavano molto all'Hammond; tranne che nell'effetto Leslie che era unico di quella marca. Mi permisi un Hammond quando smisi di suonare in pubblico. A proposito di Brian Auger, l'ho sentito non molto tempo fa al Blue Note di Milano; è stata una bella rimpatriata! Purtroppo però è stato lui a darmi la brutta notizia che Jimmy Smith era appena mancato...

Maurizio era carismatico e distaccato e sembrava l'oggetto ideale di attrazione per le giovani fan. Anche tu però hai avuto la tua parte di cronaca e di immagine di "fortunati del beat" al momento della tua storia con la giovane e bella cantante melodica Anna Identici. Com'è andata veramente? 

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Su Maurizio niente da dire, era veramente un ragazzo affascinante e carismatico. Ai tempi bastava essere carini e formare un buon assieme per avere successo. Nessuno di noi sei, preso singolarmente, era il "numero uno" né come voce né come strumentista. Oggi senti dei ragazzini che con chitarre o tastiere ti danno fuoco quando vogliono. Gente che studia musica a Boston ed altro. Un po' come se un ragioniere si volesse comparare con un Bocconiano con vari masters. Diciamo che nel nostro piccolo avevamo un buon sound ed in più ci presentavamo bene in pubblico e la cosa vinceva. Certo che la vetrina Maurizio aveva il suo peso. Per quanto riguarda la mia storia con Anna, finì quando le comunicai che mi sarei sposato con la di allora mia fidanzata istituzionale. Anna era una ragazza molto sensibile e con lei ho passato dei momenti davvero indimenticabili.

La immagine acqua e sapone di Anna Identici e le canzoni "per adulti" che interpretava non erano in contrasto con la vostra immagine "mod"?

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A quel tempo Anna non cantava ancora canzoni cosiddette "di protesta", bensì "Una rosa da Vienna", "Quando m'innamoro" e simili. Si è "arrabbiata" dopo. Negli anni sessanta - oltre alle feste in casa - anche in discoteca si ballavano sia i veloci che i lenti. Anna non aveva né il fisico né tantomeno la voce per esibirsi in pezzi R&B, quindi, per una scelta concertata con la casa discografica preferiva proporsi con pezzi melodici e romantici; che sono stati poi la scelta vincente.

Una conferma: la Identici ha poi effettuato una svolta folk e impegnata a fine anni '60, c'entrava credo la influenza del nuovo marito. Ricordo male? Tra voi era già cosa passata??

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Si, io mi ero appena sposato e rimasi meravigliato nel vedere Anna che, tanto a suo agio si trovava sulla mia Jaguar, quanto "ribelle" fosse dopo la fine della nostra storia. Sul marito non posso dire nulla, non l'ho mai conosciuto; so che si chiamava Maurilio Sioli e che faceva il fotografo.

Passiamo al tuo gruppo dopo la fase New Dada. Da dove prendevi le influenze? La musica è molto diversa, più moderna, ci sono molti echi della psichedelia e qualche anticipazione del futuro progressive nei vostri lavori incisi come Ferry, Franco, Renè, Danny e Gabi. Cosa ascoltavi? Conoscevate e apprezzavate i Pink Floyd di "The Piper at the Gates of Down"? O i Blues Magoos o addirittura i Jefferson Airplane?

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Si ascoltavano un po' tutti, ma per l'arrangiamento di "Se te lo raccontassi" mi sono ispirato ai suoni di Jimi Hendrix.

C'è molta curiosità e interesse sulla breve stagione della psichedelia italiana. Conoscevi per caso qualcuno dei gruppi di quel periodo, Le Stelle di Mario Schifano, i torinesi Fantom's o Astrali, i Chewing Gum, Chetro & Co.?

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No, nessuno.

Che opinione avevi degli altri quattro grandi tra i complessi beat (Rokes, Equipe 84, Camaleonti)? Hai qualche episodio da raccontarci? Davvero Shel era bravo ma supponente?

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Avevamo un buon rapporto con tutti; certo finché non capitava di suonare in competizione! Siamo stati molto legati, assieme a Morandi ecc. quando durante il Cantagiro del 1966 gli operai del Sud ci contestarono e ci buttarono nelle auto (cabrio) sacchi di sabbia bagnata, olio motore usato e quant'altro; noi si fece "muro" per difenderci ma poi, con la maturità, ho capito che - poveracci - non avevano poi tutti i torti. Shel non era supponente, era semplicemente inglese ed il suo modo era, come gli altri del suo gruppo, diverso dal nostro. L'ho rivisto con estremo piacere allo spettacolo TV "Una rotonda sul mare".

E qualche ricordo del famoso Piper? Tutti vogliono sapere delle sue mitiche serate e dei ragazzi che vi andavano a ballare?

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Qui ci sarebbe da parlare per ore e non basterebbe; Si viveva di musica ed entusiasmo, le ragazze più carine (Patty Pravo vi era fissa) ballavano sui cubi luminosi. Mita Medici, Donatella Turri, tutto il meglio della gioventù romana e non. Noi suonavamo per circa mezz'ora ma andavamo al Piper presto per uscirne alla chiusura. Non c'era il divismo degli altri locali al Piper, era la nostra seconda casa e tutti erano amici. A differenza degli altri posti dove si suonava, al Piper stavamo sempre assieme ai nostri amici/fans; negli altri posti invece "toccata e fuga" perché il vero divo appare, suona e scompare, non lo trovi al bar mentre sorseggia un whisky (Beatles docet). Pensa che la notte di capodanno, esattamente alle 23:45, mentre eravamo sul palco, si è aperta la tenda d'ingresso e sono sbucate le telecamere mobili di Raiuno. I nostri genitori che a Milano festeggiavano con amici, in attesa del segnale orario (tassativamente Rai) videro i loro figli in diretta. Che carrambata per quei tempi!!!

La televisione e Studio Uno. Come vi trattarono? I Jaguars e Gene Guglielmi mi hanno parlato di una totale mancanza di rispetto, anche io mi ricordo dei Rokes presentati come alieni. Come vi trovavate in quel mondo di adulti e di perbenismo?

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Beh, in tutta sincerità posso dirti che siamo stati trattati benissimo. Forse i Rokes, in quanto capelloni ed inglesi erano visti con un certo sospetto, non mi risultava e comunque non saprei cosa dirti. La mia amicizia personale col grande Lelio Luttazzi forse ha contribuito ad un "occhio di riguardo" ma ho visto che anche gli altri gruppi sono stati trattati bene. Dipende anche da come ci si porge agli altri; è chiaro che, agli esordi della tua carriera, non vai in Rai a fare "er più" perché ti segano in un attimo... In quella serie c'era come ospite d'onore la grande Ornella Vanoni che mi riempì col suo fascino.

Qualche altro ricordo sulla vostra partecipazione a Studio Uno?

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Pochi, sono passati quarant'anni ed i ricordi sono un po' confusi. Ricordo l'emozione di suonare in "playback" dalla pedana del Delle Vittorie, teatro dal quale ancora oggi trasmettono le trasmissioni più prestigiose. Sono oltremodo onorato di aver calcato quella scena e questo mi resterà per sempre!

Una domanda leggera su una delle leggende del beat. I Corvi erano i cattivi, ragazzi di strada e attaccabrighe che prendevano a pugni quelli che non gli garbavano. Voi invece eravate ragazzi bene, tutti o quasi studenti delle superiori, musicisti quasi per hobby. Tutta farina del sacco degli uffici stampa?

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Non ho mai visto i Corvi picchiare nessuno, anche se non mi sono mai stati simpatici per il loro modo, appunto, di ragazzi strada. Per quanto riguarda noi, direi che "ragazzi bene" oggi mi suona fastidioso; alcuni di noi avevano i genitori o i nonni "abbienti", altri no. La differenza era principalmente nel fatto che noi si suonava con la cosiddetta "divisa" mentre gli altri andavano a suonare vestiti ognuno a modo suo; forse era più giusto ma i nostri idoli erano i Beatles che appunto...

Hai avuto la opportunità di partecipare come ospite italiano sia alla prima tournèe dei Beatles in Italia (nel 1965) sia alla prima degli Stones (nel 1967), uno dei pochissimi musicisti che possono avere avuto questa esperienza. Cominciamo dai Beatles, avete avuto modo di interagire con loro o erano già totalmente assorbiti dall'entourage, dalla organizzazione e così via? Hai qualche ricordo da lasciarci di questi tre famosi concerti?

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Erano già dei semidei, anche per noi era difficile avvicinarli - giustamente! Il loro impresario, il compianto Brian Epstein, li aveva chiusi in una boccia di vetro e potevamo avere soltanto piccoli scambi di frasi.
Un aneddoto che può darti l'idea della nostra emozione: all'arrivo dei Beatles alla Stazione Centrale di Milano c'erano decine di fotografi ai quali era stata data un'indicazione appositamente errata sul binario sul quale sarebbe arrivato il treno coi Beatles. Noi, accompagnati da Leo Wachter, andammo invece al binario giusto e ricorderò sempre che quando si aprì il portello del loro vagone il primo a scendere fu Paul; Maurizio, un filo emozionato, lo salutò dicendo: Hi John!

Sempre sui Beatles: com'era il pubblico? A parte le fan che copiavano un po' le mode straniere (con urla e gridolini) c'era un vero entusiasmo ed interesse? Dalle foto sembra che i teatri non fossero strapieni e che in definitiva non fossero visti come veri e propri leader. Magari eravate più popolari voi New Dada e suscitavate più entusiasmo col vostro set…?

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Ci fu un errore madornale nell'organizzazione; a Milano suonammo al Vigorelli ed effettivamente era mezzo vuoto… Non c'era stato quel richiamo che ci si attendeva ed i Beatles si arrabbiarono parecchio perché la regola dice che è meglio un posto più piccolo dove la gente non riesce ad entrare piuttosto che uno grande mezzo vuoto. Idem a Genova al Palasport (il genovese poi prima di andare da qualche parte vuole sentire dagli altri genovesi se ne vale la pena…). A Roma invece si suonò al Teatro Adriano e lì ci fu il pienone.

Ancora sui Beatles. Si dice che all'epoca suonassero nei concerti in modo corretto e niente di più, tu come musicista (immagino li avrai sentiti da dietro le quinte) che impressione ti sei fatto?

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Di quattro musicisti serissimi che suonavano esattamente come nei dischi. Ogni minimo dettaglio era rispettato ed non c'era differenza alcuna tra disco e "dal vivo" Lo stesso Ringo Starr, che personalmente ritengo quanto di più scarso ci sia come batterista, riusciva a fare il suo lavoro alla perfezione. Comunque "mitici" tutti e quattro.

Gli Stones arrivavano invece in un momento già assai diverso e probabilmente erano più popolari in Italia, tra i giovani, di quanto lo fossero i Beatles nel '65. E' una mia opinione arbitraria o effettivamente i concerti erano un evento più dirompente?

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Già, il pubblico dei Rolling è diverso da quello dei Beatles. I Rolling Stones secondo me avevano ed hanno tuttora il carisma della trasgressione, mentre i Beatles erano la classe e l'eleganza (Baronetti appunto!). Non me la sento di dire che gli uni ebbero più successo degli altri; diciamo che per entrambi le fans si strappavano i capelli e quant'altro. Noi, Dada coi Beatles e Ferry & C. coi Rolling abbiamo fatto la nostra "porca figura" e ne fummo orgogliosi. Una curiosità, sai che Mick Jagger tentò di portarci via il batterista Gaby? Lo voleva al posto di Charlie Watts indubbiamente meno bravo del nostro. Sputammo sangue per non cederlo. Un'altra curiosità: mentre come ti dicevo i Beatles erano inavvicinabili (tranne che all'Hotel Duomo a Milano e sull'aereo privato che ci portò da Milano a Roma), coi Rolling Stones si stava sempre assieme come fossero gruppetti nostrani; nei camerini erano già "allegri" dopo varie canne e mi capitò di accordare loro un paio di chitarre perché da soli non ce la facevano.

Anche qui non posso non chiederti qualche ricordo degli Stones nel loro momento di massimo fulgore, ancora con Brian Jones e i suoi sbalzi di umore, le donne di Jagger e Richards (magari c'erano la Faithfull e la Pallemberg con loro). O anche loro se ne stavano per fatti loro con il loro staff?

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Non c'erano donne con loro; Brian Jones era piuttosto chiuso e per gli altri ti ho già risposto sopra.

Mick Jagger è considerato un animale da palcoscenico con pochi uguali al mondo. Anche tu hai avuto la stessa impressione nei concerti italiani? Sicuramente anche Maurizio Arcieri era interessato al personaggio Jagger e al suo modo di interpretare il ruolo di front-man. Anche se non faceva parte del vostro gruppo "Ferry, Franco, Renè, Danny e Gaby" secondo me è venuto a trovarvi per assistere ai concerti. Ho indovinato?

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Jagger era ed è ancora quello che si dice un "animale da palcoscenico" e lo confermo. Maurizio ha fatto bene la sua parte ed attirava l'attenzione del pubblico; anche se come in ogni gruppo che si rispetti ognuno aveva le sue fans; sarebbe comunque ipocrita non riconoscere che Maurizio era il front-man dei New Dada. Se poi sia venuto ai concerti non lo so.

Non posso non aggiungere anche una domanda sul vostro manager e scopritore Leo Wachter, da molte testimonianze appare un personaggio affascinante, anche se il ruolo giocato nella fase finale della esperienza New Dada non è stato molto rettilineo. A distanza di tutti questi anni qual è il tuo ricordo della persona Wachter?

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Ricordo di lui un uomo d'affari, impegnato politicamente ed appassionato di spettacolo. Fu il primo ad ingaggiare il Circo di Mosca per una tournée in Italia. Purtroppo sbagliò quando ci furono i primi problemi coi New Dada, anziché schierarsi avrebbe dovuto alzare la voce per tenerci uniti e ne aveva le facoltà; ma come ti dicevo qualche tempo fa, qualcuno di noi di cui non faccio il nome ma che suonava la batteria gli prestò dei soldi e comprò così anche le sue decisioni. Distruggendo così (e non sarebbe stata l'ultima volta) un bel giocattolo.

Infine una domanda sugli anni post-beat. Hai continuato nel mondo della musica? Hai recuperato l'interesse per il jazz??

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Ho scritto alcuni pezzi che ritengo validi ma che, per mancanza di tempo ed impegno da parte mia sono ancora nel cassetto; chissà!
Il jazz lo ascolto spesso ma non solo. Amo ad esempio il jazz sinfonico (Dave Brubeck) ed in generale tutta la musica, basta che mi dia delle sensazioni. Non sono razzista, passo dalla musica sinfonica al jazz passando dal Hip Hop e dal R&B senza fiatare.

Note

Il beat come movimento giovanile

I complessi erano però percepiti come leader del movimento beat, che si caratterizzava più per i vestiti, i capelli lunghi e il ritmo battente nella musica, che per idee politiche e di protesta. Alcuni come i Nomadi o i Rokes (e i loro produttori) adottarono un tono esplicito di "protesta", con Come potete giudicar o Che colpa abbiamo noi, ma in fondo si parlava solo di capelli lunghi oppure di estraneità dal mondo degli adulti, come nel celebre e geniale verso di Mogol " e se noi non sia come voi una ragione forse c'è … e se non la sapete voi … ma che colpa abbiamo noi". Nel 1966 l'unica canzone che può definirsi politica l'ha incisa un complesso che non ha mai praticato l'impegno (l'Equipe 84 con Auschwitz di Francesco Guccini, che era il retro di Bang Bang, loro grande successo). Nel '67 con Dio è morto (sempre di Guccini) e la linea verde (un'altra idea di Mogol) le cose già cambiavano, beat si coniugava con impegno più che con divertimento, poi col '68 la politica ha travolto tutto. 

I Rokes a Studio Uno

La domanda sui Rokes è basata su un ricordo personale: prima di presentarli Luttazzi raccontò, come era solito fare nella trasmissione, una spiritosaggine, i testi quell'anno erano di Lina Wertmuller, ma forse in questo caso erano dovuti a Luciano Salce; comunque più o meno la storiella era che lui avrebbe visto da dietro a via Veneto una splendida donna con i capelli lunghi fino alle spalle e gli avrebbe fatto un apprezzamento da pappagallo italiano, ricavandone in cambio un pugno in faccia, e qui partiva la battuta: "era Ringo Starr: uno dei Beatles!", dopodiché venivano presentati agli italiani raccolti attorno alla TV del sabato sera degli autentici capelloni in carne ed ossa, i Rokes, appunto un po' come al circo o allo zoo. Certo che uno che scambiava Ringo Starr per una donna doveva avere dei problemi seri, evidentemente gli autori pensavano che il pubblico adulto del sabato sera dei Beatles conoscesse solo la mitologia.

Studio Uno e i complessi beat

Studio Uno era la principale trasmissione TV del sabato sera di RAI 1 dal 1963 al 1966, quindi, in epoca di monopolio, raccoglieva la grandissima maggioranza del pubblico sintonizzato sulla rete principale (le reti televisive erano in tutto due). Il programma era stato ideato da Guido Sacerdote e Antonello Falqui, che era anche il regista delle trasmissioni, e vedeva come autori Amurri, Salce e altri e come presentatore nel 1965 e '66 Lelio Luttazzi. Nel 1966 i testi erano curati da Lina Wertmuller, che all'epoca era nella fase di regista leggera (dopo l'esordio impegnato con "I basilischi") ed aveva iniziato un fruttuoso sodalizio con Rita Pavone, allora all'apice della fama (il film "Rita la zanzara", lo sceneggiato TV "Gian Burrasca"). 
La RAI aveva aperto con prudenza ai complessi beat già nel 1965 proprio con Rita Pavone (nel programma "Stasera Rita") nel quale erano stati già ospiti i Rokes, che presentarono il loro successo del momento C'è una strana espressione nei tuoi occhi (peraltro i Rokes avevano un rapporto preferenziale con il manager e marito della Pavone, Teddy Reno, che li aveva "importati" in Italia).
A Studio Uno era stata prevista una collocazione ad hoc per i complessi, una o due pedane rialzate (nella quale potevano anche essere messi a confronto due complessi o un cantante o un complesso in una specie di sfida) e la possibilità per il pubblico di "scatenarsi" e ballare davanti ad essi, sul modello delle trasmissioni inglesi come "Ready, Steady, Go!". Ovviamente la esecuzione era rigidamente in playback.

Ornella Vanoni a Studio Uno

In ogni serie della trasmissione era previsto un ospite fisso, che faceva da filo conduttore, nel 1965 era stata la volta di Mina, nel 1966 si erano avvicendate prima Ornella Vanoni e poi Rita Pavone. Nella prima serie è ovviamente collocata la partecipazione dei New Dada, mentre nella seconda dovrebbe collocarsi quella dei Rokes.

Le altre interviste

Roberto Guscelli (I Satelliti)
Silvio Settimi (I Jaguars)

Santino Martoscia (I Generali)
Ghigo Agosti (Ghigo e i Goghi, Ghigo e gli Arrabbiati ...)
Gino Verduci (I Daini)
Franco Capovilla (I Delfini)

   
  

© Musica & Memoria 2005 / Intervista di Alberto Truffi / Riproduzione non consentita

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