Bruno Lauzi - Arrivano i cinesi

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Tutte le sere
al solito posto
io resto nascosto
dai vieni anche tu
se mi vuoi trovare
son dentro all'armadio
ascolto la radio
e non esco più

Arrivano i cinesi
arrivano nuotando
dice Ruggero Orlando (1)
che domani sono qui

Arrivano i cinesi
arrivano a milioni
più gialli dei limoni
che metti dentro il tè

Perché, perché?
Perché lo chiedo a te

Arrivano i cinesi
e mangiano felici
le quaglie, le pernici
che avevi preso tu

Arrivano i cinesi
succede un quarantotto
si piazzano in salotto
e non se ne vanno più

Perché, perché?
Perché lo chiedo a te

Io mangio solo
il riso bollito
mi vesto di seta
son tutto ingiallito
e se c'ho un pensiero 
lo scrivo, se posso
su un libro speciale
un libretto rosso (2)

Arrivano i cinesi
son piccoli e veloci
sorpassano agli incroci
correndo a testa in giù

Arrivano i cinesi
ti insegnano il saluto
con l'alfabeto muto
così non parli più

Perché, perché?
Perché lo chiedo a te

Arrivano i cinesi
arrivano nuotando
dice Ruggero Orlando
che domani sono qui

Arrivano i cinesi
succede un quarantotto
si piazzano in salotto
e non se ne vanno più

Perché, perché?
Perché lo chiedo a te

Perché, perché?
Perché?

 

Note

 

Una (quasi) profetica canzone di Brauno Lauzi dedicata agli acritici estimatori della Cina di Mao Zedong, ma la garbata ironia venne da questi ultimi ben poco apprezzata. Erano gli anni (1968) della scoperta della Cina comunista come nuovo (presunto) paradiso di uguaglianza, potere al popolo e giustizia sociale, contrapposto al capitalismo consumista e alla ormai burocratizzata Unione Sovietica.

L'attenzione verso la Cina accomunava settori della intellettualità di sinistra (ad esempio il gruppo che darà poi origine al Manifesto) e artisti come Dario Fo, per arrivare sino ai fenomeni di totale imitazione che vedevano in prima fila la UCI (M.L.) di Aldo Brandirali, i cui militanti sfilavano nelle manifestazioni vestiti in modo uniforme e agitando il libretto rosso dei pensieri di Mao (2), e d'estate organizzavano viaggi non in Cina (troppo lontana) ma nella vicina Albania, unico paese europeo (e anche mondiale) che aveva abbracciato il modello cinese. La sigla del partito, per inciso, stava per Unione dei Comunisti Italiani (Marxista-Leninista), la cui sezione giovanile era la Lega della Gioventù Comunista e il giornale si chiamava Servire il popolo, più tardi diventava Partito Comunista (Marxista-Leninista), erede del rivale PCdI (M.L.) cioè del Partito Comunista d'Italia (Marxista-Leninista) di Fosco Dinucci. Ed erano tutti ferocemente critici nel confronti del Partito Comunista Italiano.

Da questa raffica di sigle si può intuire come l'ironia e anche la misura fossero decisamente latitanti tra gli estimatori della rivoluzione culturale. Nelle riviste di provenienza cinese pubblicate anche in italiano dalla associazione Nuova Cina, e in quelle dei movimenti italiani, Mao Zedong era invariabilmente chiamato "sole rosso nel cuore di tutti i rivoluzionari del mondo" e Lin Piao (il suo delfino) che compariva sempre assieme a lui in ogni fotografia ed ogni articolo era invariabilmente chiamato "il suo stretto compagno d'arme Lin Piao". E' evidente che i tentativi di scherzarci sopra di Bruno Lauzi o di  Jacques Dutronc in Francia fossero visti piuttosto male. 
Tutto un mondo al quale si era anche ispirato Marco Bellocchio per il suo film (purtroppo ora introvabile) La Cina è vicina (uno slogan di quegli anni) che però non puntava la sua dissacrante ironia solo verso i filo-cinesi.

Bruno Lauzi rimaneva più sul tono leggero, anche se l'immagine dei cinesi che sorpassano agli incroci (di corsa? in bicicletta?) è davvero irresistibile, e non manca l'accenno realistico con il grande inviato della RAI Ruggero Orlando (1) nel ruolo di cronista dello storico evento: lo sbarco dei cinesi in Italia.

A distanza di più di tre decenni, archiviata nella stessa Cina la rivoluzione culturale con la messa al bando del gruppo dirigente vicino a Mao (la cosiddetta "banda dei quattro") e la morte misteriosa di Lin Piao, e infine con la piena conversione a un sistema capitalista dirigista, i cinesi sono poi veramente arrivati in Italia, in discreto numero, e hanno occupato pacificamente quartieri nel centro della città italiane (come l'Esquilino a Roma o buona parte della città di Prato). Soltanto che non sono mossi da alcuna spinta ideologica, ma da più prosaiche spinte economiche.

  

Vedi anche:

 

 I testi / La radio / I complessi beat /  Le copertine / Le canzoni di protesta / Cinema e musica

  

Musica & Memoria Ottobre 2006 / Testo originale riprodotto per soli scopi di ricerca e critica musicale (vedi Disclaimer) / Copia per usi commerciali non consentita

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